TESTI DON TONINO BELLO

TESTI E PENSIERI DI DON TONINO BELLO

1. A MILLE A MILLE

Stavo per andare a celebrare la Cresima. Ero tutto indaffarato perché avevo preso solo all'ultimo
momento la mitra, il pastorale e gli oggetti pontificali. Li ho messi sotto braccio e via...
Sento suonare all' episcopio!
«Anche oggi che è domenica!». Apro la porta. C'era una signora con la sua bambina. Vengono
avanti. La bambina ha l'abito da prima Comunione. Subito le dico: «Signora, anche oggi! Sei già
venuta ieri! Che cosa vuoi?».
Questa signora veniva a trovarmi un giorno sì e due
no.
Le ho rinfacciato con delicatezza episcopale: «Che cosa vuoi di più! Le scarpette le abbiamo prese,
alla bambina; l'abito te lo ha dato Don Raffaele, il parroco. Che cosa vuoi ancora?».
Allora lei ha detto: «Fammi parlare!».
«Adesso ho da fare, devo andare a celebrare la Cresima. Non è possibile, basta, mi hai seccato!».
«Fammi dire una parola».
«Che cosa vuoi?».
«Siamo molti nella nostra famiglia».
«E allora?».
«Non ho i soldi per pagare il ristorante per tutti». «Vuoi che ti paghi anche il ristorante per i tuoi
parenti? Ma insomma, è possibile che non si comprendano certe cose?»
«No, no, fammi parlare»
Ha tirato fuori il fazzoletto e mi ha detto: «Siccome i soldi che ho raccolto non bastano per tutti,
tienili tu per i marocchini».
Mi ha lasciato il fazzoletto e se ne è andata con la bambina con l’abito da sposa. Bellissima,
verginale, leggera come un’antilope è andata via. Ed io sono rimasto con quel fazzoletto in mano.
L’ho aperto. C’erano, mi ricordo, 63.000 lire, a mille a mille raccolte.
Se in quel momento si fosse aperta una voragine e mi avesse inghiottito, sarei stato più felice.


2. ADESSO

No, ragazzi, non abbiate paura di riscaldarvi.
Papini diceva: «Quando sarete vecchi vi scalderete alla cenere della brace che è divampata nella
vostra giovinezza.
Allora, quando sarete vecchi, andrete a trovare qualche pezzo di carbone rovente dell'incendio che
è divampato alla vostra età. Vi rimarrà solo quel carboncino e vi darete a quello.
Non abbiate paura quindi di innamorarvi adesso, di incantarvi adesso, di essere stupiti adesso, di
entusiasti adesso!
Non abbiate paura di guardare troppo in alto, di sognare per paura che poi la realtà vi metta tragicamente di fronte a ciò che è.
Se vi sentite a pezzi, se siete delusi, anche se foste con tutte e quattro le ruote sgonfie e senza il
ruotino di scorta, non abbiate paura: il Signore viene davvero ad aiutarvi, a farvi diventare creature
nuove.
È Gesù Cristo che ha un grande disegno su di voi, che scommette, che gioca alla roulette che porta
il vostro nome. Ve lo dico davvero, ragazzi, non come uno scampolo di predica... Ve lo dico
perché lo sento davvero.
Coraggio, allora, profeti della primavera!
La terra, per non rabbrividire, ha bisogno di voi! Di vestali della speranza che ne sorveglino la
fiamma.


3. Basilica Maggiore

L’anno scorso la chiesa della Madonna dei Martiri di Molfetta, un Santuario molto celebre, amato
soprattutto dagli emigrati che stanno in tante parti del mondo, è stata elevata alla dignità di Basilica Minore.
È arrivato per quell'occasione un cardinale, una persona dolcissima.
Noi abbiamo organizzato un'assemblea coi giovani all’interno del Santuario: un "botta e risposta".
I ragazzi hanno posto delle domande al cardinale e alcune dirette a me.
Uno di loro mi ha chiesto: ..Vescovo, che significa Basilica Minore?"
Non sapevo rispondere, dal momento che non sono molto esperto di basiliche.
Allora ho detto: "Basilica significa Casa del Re; questa si chiama Basilica Minore perché è di pietra. Tu, invece, sei Basilica Maggiore. Ogni uomo è Basilica Maggiore! Ogni uomo è Casa del Re: non spelonca di
ladri, non bicocca da trivio, ma Casa del Re!".
Non so se al cardinale la risposta è piaciuta, però ho visto che sorrideva.
Quando è terminato il dibattito, mi sono avviato a piedi verso l'episcopio. Pioveva. Mi è passata alle spalle
un’piena di giovani. Ha frenato e i giovani mi hanno chiesto se volessi salire. Ho accettato il passaggio e ci
siamo mossi verso l'episcopio. Era quasi mezzanotte. Quando siamo arrivati nei pressi della mia residenza,
mi sono accorto che, appoggiato al portone d'ingresso, c'era un uomo. Si chiamava Giuseppe, un avanzo di
galera, un pover'uomo che ormai si era dato all'alcool à al vizio. Adesso è morto, ma veniva sempre in
episcopio, sul far della sera. Quella volta aveva tardato. Stava riverso, lì davanti, con la bottiglia
dell'ubriachezza, con la barba ispida... Quei due fari, poi' che gli erano stati puntati sul volto, rendevano la
visione spettrale! I ragazzi hanno fermato la macchina. Quello che guidava mi ha detto: "Vescovo, Basilica
Maggiore o Basilica Minore?". Ho risposto: “Basilica Maggiore, Basilica Maggiore!”. E l'abbiamo Portato su
a dormire.


4. CONCRETEZZA E AUTENTICITÀ

La gioia francescana con cui Rosaria, esuberante ragazza della mia città, dopo aver conseguito la
laurea in medicina ed essersi specializzata in pediatria, ha lasciato famiglia, ricchezze e prospettive
di carriera per servire Gesù Cristo come suora missionaria in Biafra, all'uomo miscredente di oggi
pone e risolve il problema dell'esistenza di Dio meglio di quanto non facciano le cinque vie di san
Tommaso.
Lo stile di vita di Angelo, segretario della Caritas cittadina, che è conosciuto da tutti per la
disponibilità e per l'entusiasmo convinto che mette nelle cose, e che ultimamente ha preso in
affido un bambino spastico a far cinque con gli altri suoi quattro figli, convince la famiglia di
antclericali, che abita nello stesso condominio, più di tutti i bollettini parrocchiali che gli inquilini ogni mese trovano nella cassetta della posta.
Ci sono delle lezioni, insomma, che gli uomini d'oggi vogliono vedere con gli occhi, non ascoltare
con le orecchie.
Il rispetto dell'altro: ma vero, non fittizio.
Il riconoscimento della dignità di ogni essere umano: ma portato fino in fondo, e non di facciata
soltanto.
Il rifiuto di ogni violenza: ma radicale, fino a pagarne il prezzo con la propria pelle.
L'impegno a favore di un mondo più giusto e più libero: ma tenace e disinteressato, non fatto di
parole soltanto.
Ecco i valori genuinamente cristiani che trovano eco nel cuore degli uomini d'oggi.
Che poi sono riassumibili nella fede in Dio, nella speranza di un futuro migliore, e, soprattutto,
nella carità per i più poveri.
Perché, se la fede ci fa essere credenti e la speranza ci fa essere credibili, è solo la carità che ci fa
essere creduti!


5. IN PIEDI, COSTRUTTORI DI PACE!

Non abbiate paura! Non lasciatevi sgomentare dalle dissertazioni che squalificano come
fondamentalismo l’anelito di voler cogliere nel «qui e nell'oggi» della storia i primi frutti del Regno.
Sono interni alla nostra fede i discorsi sul disarmo, sulla smilitarizzazione del territorio, sulla lotta
per il cambiamento dei modelli di sviluppo che provocano dipendenza, fame e miseria nei Sud del
mondo, e sulla distruzione dell'ambiente naturale.
Fin dai tempi dell'Esodo, non sono più estranee alla Parola del Signore le fatiche di liberazione
degli oppressi dal giogo dei moderni faraoni.
Coraggio! Non dobbiamo tacere, braccati dal timore che venga chiamata «orizzontalismo» la nostra
ribellione contro le iniquità che schiacciano i poveri.
Gesù Cristo, che scruta i cuori e che non ci stanchiamo di implorare, sa che il nostro amore per gli
ultimi coincide con l'amore per Lui.
Se non abbiamo la forza di dire che le armi non solo non si devono vendere ma neppure costruire,
che la politica dei blocchi è iniqua, che la remissione dei debiti del Terzo Mondo è appena un
acconto sulla restituzione del nostro debito ai due terzi del mondo, che la logica del disarmo
unilaterale non è poi così disomogenea a quella del Vangelo, che la nonviolenza attiva è criterio di
prassi cristiana, che certe forme di obiezione sono segno di mi amore più grande per la città
terrena... se non abbiamo forza di dire tutto questo, rimarremo lucignoli fumiganti invece che
essere ceri pasquali!

6. FARSI UOMINI
Aiutaci, Signore: dacci la passione per l'uomo!
Tu, un giorno non ci rimprovererai se noi,

per il fratello, ci siamo scaldati,
abbiamo combattuto,

abbiamo perso il sonno,
e forse siamo stati anche intemperanti.

Un giorno, Signore, non credo
che Tu ci rimprovererai
di essere stati troppo zelanti per l'uomo.

Noi sappiamo quale sarà il Tuo rimprovero:
Tu ci rimprovererai per essere stati troppo poco zelanti per l'uomo!
Perciò, Tu che hai amato l'uomo


a tal punto che ti sei fatto uomo come noi,

donaci una grande capacità di condivisione.
Aiutaci perché anche noi ci facciamo uomini.
Noi che ci siamo fatti tutto:
ingegneri, avvocati, preti, vescovi...
tutto ci siamo fatti, meno che uomini!


7. GLI UNI GLI ALTRI
Ve lo confesso: è stata una scoperta pure per me.
Non avevo mai dato troppo peso a quell’espressione pronunciata da Gesù dopo che ebbe finito di
lavare i piedi ai discepoli: «Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri».
Gli uni gli altri. A vicenda, cioè. Scambievolmente.
Questo vuol dire che la prima attenzione, non tanto in ordine di tempo quanto in ordine di logica,
dobbiamo esprimerla all'interno delle nostre comunità, servendo i fratelli e lasciandoci servire da
loro.
Spendersi per i poveri, va bene. Abilitarsi come Chiesa a lavare i piedi di coloro che sono esclusi
da ogni sistema di sicurezza e che sono emarginati da tutti i banchetti della vita, va meglio. Ma
prima ancora dei marocchini, dei portatori di handicap, degli oppressi, di coloro che
ordinariamente stazionano fuori del cenacolo, ci sono coloro che condividono con noi la casa, la
mensa, il tempio.
Solo quando avranno asciugato le caviglie dei fratelli, le nostre mani potranno fare miracoli sui
polpacci degli alti senza graffiarli. E solo quando saranno stati lavati da una mano amica, i nostri
calcagni potranno muoversi alla ricerca degli ultimi senza stancarsi.
Della lavanda dei piedi, in altri termini, dobbiamo recuperare il valore della reciprocità. Che è
l'insegnamento più forte nascosto in quel gesto di Gesù.
[…]
Brocca, catino e asciugatoio devono divenire arredi da sistemare al centro di ogni esperienza
comunitaria. Con la speranza che non rimangano suppellettili semplicemente. Cosa significa tutto
questo?
Che, ad esempio, un sacerdote difficilmente potrà essere latore di annunci credibili se, nell'ambito
del presbiterio, non è disposto a lavare i piedi di tutti gli altri, e a lasciarsi lavare i suoi da ognuno
dei confratelli. Anzi, c'è di più o di peggio. È l'intero presbiterio che manca di credibilità, se nel suo
grembo serpeggia il rifiuto, o il riserbo, o il fastidio, a tal punto che i piedi ognuno se li deve lavare
per conto suo.
Non si tratta di essere mondi, cioè puri. Anche gli apostoli dell’ultima cena lo erano. «Voi siete
mondi» aveva detto Gesù. Il problema è essere servi. Perché gli uomini accettano il messaggio di
Cristo, non tanto da chi ha sperimentato l'ascetica della purezza, quanto da chi ha vissuto le
tribolazioni del servizio.


8. LA LUCE E LA VOCE
Sembra quasi che il Signore, il venerdì santo, abbia usato la croce come una trivella, per scavare un
pozzo artesiano.
Il giorno di Pasqua, poi, questo pozzo lo ha consegnato alla Chiesa, ai suoi apostoli: «Vi lascio la
pace».
È come se avesse detto: «Adesso, questa pace datela al mondo, incanalatela, portatela fino alle
estreme periferie della Terra».
A pensarci bene, il mondo sta però riservando alla Chiesa lo stesso trattamento che la Chiesa
nascente ha riservato alle donne che affermavano di aver visto il Risorto nel giorno di Pasqua.
Parve che vaneggiassero.
Oggi la Chiesa sta scontando l'antico peccato dell’incredulità.
La Chiesa nascente disse che la risurrezione era il vaneggiamento di fragili donne; oggi il mondo
dice che la pace è il vaneggiamento di una Chiesa fragile.
Però io desidero sottolineare una coincidenza: l'apparizione di Cristo risorto corrisponde a un
audio: «Pace a voi!». E noi non possiamo separare il video dall'audio
Se accettiamo il video, la risurrezione, dobbiamo accogliere anche l'audio: «La pace sia con voi».
Non possiamo cioè, credere alla luce senza credere alla voce.

9. GRANDE SPERANZA
Vorrei parlarvi a lungo di tombe vuote, come grembi vuoti dopo il parto. Di macigni che rotolano
dall'imboccature dei sepolcri, liberandone la preda. Di pianti accesi di donne che cercano tra i
morti il vivente.
Vorrei parlarvi a lungo di primavere che irrompono e di segni di tempi interiori o di stagioni
spirituali fiorenti sotto l'urto della grazia. Di albe incantate che mutano il lamento degli uomini.
Vorrei parlarvi a lungo di Lui, risorto con le stigmate del dolore. Di schiavitù sconfitte. Di catene
rotte. Di abissi inebrianti di libertà.
Ma come tradurrò in termini nuovi l'annuncio di liberazione, io successore degli apostoli?
Ecco, forse solo con una preghiera.
Aiutaci, Signore, a portare avanti nel mondo e dentro di noi la tua Risurrezione.
Dacci la forza di frantumare tutte le tombe in cui la prepotenza, l'ingiustizia, la ricchezza, l'egoismo,
il peccato, la malattia, il tradimento, la miseria, l’indifferenza hanno murato gli uomini vivi.
E mettici una grande speranza nel cuore.


10. La vita giocatevela bene!
Ragazzi, ragazze, questo vorrei dirvi: la vita giocatevela bene! Non perché la si vive soltanto una
volta, o la gioventù la si sperimenta soltanto una volta, ma giocatevela bene perché, qualche volta,
sapete che rischio correte? Che in questa vostra smania di grandezza, di libertà, invece di
raggiungere gli orizzonti larghi, vi incastrate in un tunnel.

Non so se avete letto un libro, dev'essere di Sartre o di Camus: io sono andato a vederla la piazza
di cui si parla in quel libro, Place de la Concorde, Piazza della Concordia, a Parigi. Una grande
piazza. Al centro c'è un obelisco molto alto, circondato da una grande inferriata.
In quel libro si descrive un ubriaco che di notte giunge barcollando da una strada secondaria che
sbocca proprio il Piazza della Concordia. L’ubriaco, che va ciondolando lungo la strada,
finalmente arriva a questo recinto e vi si aggrappa, e gira, una volta... due... tre..., tenta di scavalcar,
1o perché vuole evadere, va alla ricerca della libertà. Gira una volta, due, tre... poi si accascia, si
alza di nuovo, tenta di salire... ma è così preso dall'alcol che non si regge in piedi, fino a quando
spunta l'aurora e finalmente... sfinito -già i fumi del vino se ne sono andati, l'ubriacatura è passata scivola
sulle inferriate e si accorge, proprio mentre i primi raggi del sole illuminano la piazza, che
quello era un recinto e non 1o spazio della libertà: non avrebbe operato un'evasione verso la
libertà, ma si sarebbe incastrato in una prigione.
Qualche volta, ragazzi, noi corriamo proprio questo rischio: andiamo alla ricerca di obiettivi che
pensiamo ci debbano liberare, che debbano provocare la nostra liberazione, e invece ci
introducono nella prigione. Attenti!
Per questo, ho detto, vivetela bene la vostra vita, non bruciatela! Sarebbe splendido se la vostra vita
la metteste al servizio degli altri!
Non è la conclusione moraleggiante di un vescovo di passaggio, che viene a rifilarvi degli scampoli
di omelia, che non è riuscito a riciclare in chiesa. Allora... tutte le fettuccine che gli sono rimaste,
viene a rifilarle all'Istituto Magistrale, magari, a quelli dell'ultimo anno… No, no! vi sto dicendo
davvero! Io sono convinto che se la vostra vita la spenderete per gli altri, la metterete a
disposizione degli altri, non la perderete!
Perdereste il sonno, ma non la vita! La vita è
diversa dal sonno. Perdereste il denaro, ma non la vita! La vita è
diversa dal denaro! Perdereste la quiete, ma non la vita! La vita
travalica la quiete, soprattutto la quiete sonnolenta, ruminante del gregge.
Perdereste la salute, ma non la vita'
Che il cuore vi faccia male!
Abbiamo sentito una canzone, qualche sera fa, in concattedrale, qui a Terlizzi, per un incontro
fatto con i giovani. Abbiamo proposto una canzone di Zucchero che diceva così: "Nel mondo io
camminerò, fino a che i piedi mi faranno male. Io vi auguro, ragazzi, che possiate esser capaci di
amare a tal punto che il cuore veramente vi faccia male. Lo dico a tutti, indipendentemente dalla
propria esperienza religiosa. Vi auguro che possiate veramente amare: amare la vita, amare la
gente, amare la storia, amare la geografia, cioè la terra, a tal punto che il cuore vi faccia male, e
ogni volta che vedrete le ignominie che si compiono, queste oppressioni crudeli, queste nuove
Hiroschima e Nagasaki, e questi nuovi campi di Matausen, che il cuore vi faccia male!
Vedrete, fra cinque o sei anni, come le vicende che stiamo attraversando oggi passeranno alla
storia con una gravità più grande di quella che avvolge gli episodi di Hiroschima, di Nagasaki, dei
campi di concentramento, dei campi di sterminio. Sì, proprio quello che si sta compiendo oggi nel
silenzio generale: curdi massacrati, irakeni massacrati, americani massacrati... Ma che c'importa
della bandiera, quando muore un uomo è sempre una tristezza incredibile!

Io penso, ragazzi, che quando vedete queste cose, vi dovreste sentire il cuore spezzare. Ma noi il
cuore ce lo sentiamo triste soltanto quando viviamo situazioni epidermiche, perché, al contrario,
vediamo la moglie del marinaio che ieri è morto nell'incidente di Livorno e che viene ripresa da
zoommate impietose della tv, e che piange, che singhiozza... sì, ti senti il cuore che ti fa male ma
poi passa... La televisione ci sta abituando a girar pagina subito.
Però il grido violento che si sta sprigionando dalla terra, soprattutto dalle turbe dei poveri, quello
deve risuonare costantemente dentro di voi! Vi auguro, dicevo, che il cuore vi faccia male, come
anche vi deve far male quando assistete allo sterminio della natura. […]
La bellezza salverà il mondo
Di fronte a queste cose, voi potreste dire: "Che
Ci possiamo fare?". Io credo che nel piccolo qualcosa possiamo fare: il rispetto dei volti, il rispetto
delle altre persone, il rispetto! La bellezza, la cura della bellezza, che non è qualcosa di effimero.
Lo sapete che Dio è bellezza. È la bellezza che salverà il mondo! Allora coltivate la bellezza!

11 «MA CHE PASQUA E PASQUA!»

È un episodio che risale a due anni fa, quando c’erano ancora degli sfrattati in episcopio.
Era appena terminata la messa pasquale. L'alleluia di Handel a quattro voci... gli auguri... e poi i
ringraziamenti... la mitra, il pastorale, i paramenti sacri, il cerimoniere che ti solleva il camice
perché non abbia a inciampare.
Sono salito in episcopio, era già l'una e mezza. Avevo deciso di andare a pranzare con la comunità
di marocchini dal momento che ogni domenica si preparava un pasto per loro.
Mentre salgo le scale, sento urlare i componenti di una delle famiglie sfrattate che stavano lì in
episcopio: la madre, la figlia ragazza madre, e una bambina. Madre e figlia gridavano, urlavano.
Sono entrato in cucina e ho detto: «Ma insomma, è così che state cucinando? Oggi è Pasqua!».
«Ma che Pasqua e Pasqua!».
La figlia continuava a piangere, la madre a urlare, la ragazza si avvicina a me e dice: «Voglio
parlarti».
«Proprio adesso mi devi parlare? Vado di fretta... va bene!».
Si è avvicinata e ha detto: «Aiutami, perché mia madre non vuole».
Sapete che cosa voleva questa ragazza? Che io l’aiutassi a trovare un medico per abortire!
«Ma come, lo chiedi proprio a me che sono vescovo? Sono rimasto sorpreso... Le ho detto:
«Come mai proprio nel giorno di Pasqua? Oggi si fanno annunci di liberazione, il Cristo esce dal
sepolcro!».
E lei mi risponde: «Che male c'è? Lo fanno tutti!».
Lo fanno tutti?». E mi sono fermato a fare catechesi. Si è conclusa col pranzo, perché li ho portati
con me a mangiare e con la nascita di un bambino.
Questo episodio aiuta a capire quanta povertà c'è in giro!


12. «RIMANI LÌ»
Se non ci sentiamo torcere il cuore, se non ci sentiamo stringere l'anima di fronte alle sofferenze
del mondo, non siamo parrocchia secondo il cuore di Dio. Saremo un gruppo super organizzato,
che fa belle liturgie, che canta al Signore con entusiasmo, ma non parrocchia secondo il cuore di
Dio.
Noi non dovremmo chiudere gli occhi finché c’è gente che si trova in questa situazione di
difficoltà. E questa gente dovremmo andarla a cercare.
Quanti di noi, se sanno che nel territorio di una comunità parrocchiale o c'è qualcuno che dorme
nelle auto o negli autobus smessi dalla ditta ferrotranviaria, si alzano e vanno?
Questo significa aver compassione: sentirsi stringere l'anima, lasciarsi provocare emotivamente,
lasciarsi coinvolgere dalla vita dei poveri, prendere la polvere sollevata dai loro passi, guardare le
cose dalla loro angolatura prospettica: mettersi in corpo l'occhio dei poveri, come dicono in Sud
America, per vedere con la loro stessa angolatura.
Io, questo «aver compassione», l'ho sperimentato in modo fortissimo di recente.
Sono tornato quindici giorni fa dall'Etiopia, dove sono stato a predicare un corso di esercizi
spirituali alle suore missionarie italiane. Poi per una settimana, con il vescovo del posto, sono
andato in giro per tutte le missioni, quelle sepolte nella foresta. Ho visto delle cose incredibili, che
nessun turista può vedere, perché mi ci ha condotto proprio il vescovo di persona, con alcuni
missionari. Come ti senti torcere il cuore davvero! Quanto desiderio avrei avuto che mi fosse
arrivato un ordine che mi dicesse: «Rimani li!»

13. Spirito Santo
Spirito Santo,
donaci il gusto di sentirci estroversi.
Rivolti, cioè, verso il mondo,
che non è una specie di Chiesa mancata,
ma l'oggetto ultimo
di un incontenibile amore per il quale
la Chiesa stessa è stata costituita.
Se dobbiamo attraversare i mari che ci distanziano dalle altre culture,

soffia nelle vele perché,
rotte le gomene che ci legano
agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico,
sia più generoso impegno missionario e ci solleciti a partire.
Se dobbiamo camminare sull'asciutto,
mettici le ali ai piedi perché, come Maria,
raggiungiamo in fretta la città.
La città terrena che tu ami appassionatamente.
Essa non è il ripostiglio dei rifiuti,
ma il partner con cui dobbiamo agonizzare
perché giunga a compimento l’opera della redenzione.

14. CONVIVIALITA’ DELLE DIFFERENZE

Noi credenti, responsabili davanti alla storia e davanti al Signore, non abbiamo ancora tradotto
nella cronaca queste esigenze radicali. Il riconoscimento di quest'esigenza dovrebbe significare, per
noi, ribellione davanti allo scempio che si fa delle persone.
È stato ricordato l'avvenimento dei cinquecento anni dalla conquista dell'America. C'è voluta una
bolla di Paolo III per definire che gli indigeni, gli indiani, gli abitanti delle terre conquistate avevano un'anima e andavano trattati da persone. Ma ancora oggi non siamo tutti calibrati su
questa convinzione!
Mohamed, il diverso
Voglio leggervi cosa ho scritto tempo addietro sull'uguaglianza delle persone. Si tratta di vicende
che ho vissuto, per cui non c'è nulla di letterario in quello che affermo. È un brano che ho scritto
qualche anno fa sul settimanale diocesano. È intitolato Mohamed, il diverso.
«Alcune sere fa, quando Ruvo (è una città della mia diocesi) era ammantata dalla neve di questo
stranissimo inverno, volli andare a trovare un gruppo di marocchini. Sapevo che da mesi vivevano
in una stalla.
Mi ci condusse Mohamed, il quale da tempo mi supplicava di fare qualcosa per i suoi compagni.
Lui, grazie ad Allah, era stato fortunato: dormiva in un garage, dove l'unico inconveniente non era
tanto la mancanza di un bagno e dell'acqua, quanto quell'odore amarognolo di benzina che ormai
lo perseguitava anche di giorno.
Nella stanza, tra gli escrementi degli animali e gli arnesi della campagna, vivevano i compagni di
Mohamed.
Sei giacigli senza federe; due finestre riparate dai cartoni lasciavano entrare ogni tanto uno spruzzo
di neve. Mi dissero che nelle lunghe notti d'inverno si scaldavano sedendosi l'uno sui piedi
dell'altro.
Mohamed abbassò il volume di una radiolina che trasmetteva malinconiche nenie impregnate di
deserto (da noi, in Puglia, si captano bene i programmi del Marocco).
Mi raccontarono delle loro case lontane, di donne in attesa, di amori interrotti. Mohamed estrasse
la fotografia dei suoi figli: tanti. Poi ripeté: «Fai qualcosa per questi miei compagni. Non per me:
io, grazie ad Allah, mi sento fortunato». Lo disse quasi con arroganza, come se lui avesse affittato
un attico ai Parioli, ma negli occhi profondi aveva un'indicibile tristezza.
Lo so che qualcuno forse troverà irriverente che io, con la penna intrisa di stalla, mi metta a
scrivere della Santissima Trinità. Ma non posso nascondervi che quella sera, mentre tornavo a
casa, mi sono sentito interiormente contestare. E proprio dal mistero delle "tre persone uguali e
distinte": uguali al punto che il Padre non è più grande neppure del Figlio e lo Spirito non è
inferiore né all'uno né all'altro.
Ma perché mai l'eterno è venuto a raccontarsi nel tempo, se non per introdurre nella storia
l'esigenza totalizzante della pari dignità tra gli uomini, che poi è il principio di ogni comunione
vera?
Che cosa ha spinto Gesù a svelarci questo segreto, se non il bisogno di costringerci al rifiuto di ogni
discriminazione di razza, di cultura, di ricchezza?
E perché, dopo tanti secoli di Cristianesimo, l'ingiustizia imperversa e il potere dell'uomo
sull'uomo umilia ancora la turba dei poveri?
Ma perché sui banchi di teologia abbiamo consumato tanto tempo per studiare l'uguaglianza delle
persone divine, se poi non alziamo la voce per mettere in discussione questo perverso sistema
economico che fa morire di fame ogni anno cinquanta milioni di fratelli?
In Somalia, ogni giorno, muoiono mille persone! Sono notizie che ci hanno reso dalla Caritas.
Muoiono di fame!
Che senso ha questo mistero della fede, se poi non muoviamo un dito per denunciare la
segregazione razziale del Sudafrica, ma anche l'apartheid ignobile che si pratica in alcune scuole
delle nostre città?
Che senso hanno i nostri segni di croce nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, se
non ci battiamo perché a tutti gli oppressi del Terzo Mondo (ma anche a quelli del primo e del
secondo) vengano riconosciuti i più elementari diritti umani? Dobbiamo riuscire a capire che le
ingiustizie (anche quelle nostre, private) non sono solo causa di tutte le guerre, ma sono anche
eresie trinitarie perché contrastano il fondamentale cardine della vita trinitaria: l'uguaglianza.
Ho letto una pagina di Martin Luter King che diceva: «Ho il sogno che un giorno, sulle rosse
colline della Georgia, i figli degli antichi schiavi e i figli degli antichi schiavisti saranno capaci di
sedere assieme alla tavola della fratellanza. Ho il sogno che un giorno anche lo stato del Mississipi,
uno stato soffocante per l'afa dell'oppressione, sarà trasformato in un'oasi di pace e di giustizia. Ho
il sogno che i miei quattro bambini, un giorno, vivranno in una nazione in cui non saranno
giudicati per il colore della loro pelle ma per il contenuto del loro carattere. Ho un sogno...».
Ognuno di noi ha un tratto intrasferibile e ci dovremmo opporre a tutte le omologazioni di massa
che vengono compiute; a tutte le voracità della nostra cultura che intende omologare le altre
culture per allivellarle come se passasse un bulldozer.
Il Signore chiama per nome
Dio, invece, pratica la distinzione. Il Signore conosce tutti quanti e chiama tutti per nome. Se in
una notte nera, su una pietra nera, c'è una formica nera, Dio la scorge e la ama: la vede, la
distingue e la ama.
Noi vediamo tutto uguale; mettiamo la divisa addosso alla gente: ci basta il numero di matricola
come quello che si usava un tempo nelle carceri. Abbiamo tutti un codice fiscale: è la prima cosa
che ti chiedono.

15. La lampara
Questa sera, Signore, voglio pregarti ad alta voce. Tanto, all'infuori di te, non mi sente nessuno.
Anche l'ultima coppia di innamorati se n'è andata infreddolita dalla brezza d'ottobre che viene dal
mare. E qui, dietro il muraglione del porto,
in questo crepuscolo domenicale,
non siamo rimasti che io e te, o Signore.
E sotto, queste onde che lambiscono
i blocchi di cemento e sembrano chiedermi stupite il perché di tanta improvvisa solitudine.
Tricase è alle mie spalle. Davanti solo il mare:
un mare senza vele e senza sogni.
Domani, Signore,
avrò la forza di pregarti per il mare,
per questo mare di piombo che mette paura,
per questo simbolo opaco del futuro che mi attende.
Stasera, invece, voglio pregarti per ciò che mi lascio dietro, per la mia città di Tricase,
per questa terraferma tenace,
dove fluttuano ancora... le mie vele e i miei sogni.
Non ti annoierò con le mie richieste, Signore.
Ti chiedo solo tre cose. Per adesso.
Da’ a questi miei amici e fratelli la forza di osare di più.
La capacità di inventarsi.
La gioia di prendere il largo.
Il fremito di speranze nuove.
Il bisogno di sicurezze
li ha inchiodati a un mondo vecchio, che si dissolve,
così come ha inchiodato me su questo scoglio, stasera, col fardello pesante di tanti ricordi.
Da' ad essi, Signore,
la volontà decisa di rompere gli ormeggi.
Per liberarsi da soggezioni antiche e nuove.
Stimola in tutti, nei giovani in particolare, una creatività più fresca,
una fantasia più liberante,
e la gioia turbinosa dell'iniziativa
che li ponga a riparo da ogni prostituzione.
Una seconda cosa ti chiedo, Signore.
Fa' provare a questa gente che lascio
l'ebbrezza di camminare insieme.
Donale una solidarietà nuova,
una comunione profonda,
una «cospirazione» tenace.
Falle sentire che per crescere insieme
non basta tirar fuori dall'armadio del passato i ricordi splendidi e fastosi di un tempo,
ma occorre spalancare la finestra del futuro progettando insieme, osando insieme, sacrificandosi
insieme.
Da soli non si cammina più!
E concedile il bisogno di alimentare questa coscienza di popolo
con l'ascolto della tua Parola.
Concedi, perciò, a questo popolo, la letizia della domenica,
il senso della festa, la gioia dell'incontro.
Liberalo dalla noia del rito,
dall'usura del cerimoniale,
dalla stanchezza delle ripetizioni.
Fa' che le tue messe siano una danza di giovinezza e concerti di campane,
una liberazione di speranze prigioniere e canti di chiesa,
il disseppellimento di attese comuni interrate nelle caverne dell'anima.
Un'ultima implorazione, Signore.
Per i poveri.
Per i malati, i vecchi, gli esclusi.
Per chi ha fame e non ha pane.
Ma anche per chi ha pane e non ha fame.
Per chi si vede sorpassare da tutti.
Per gli sfrattati, gli alcolizzati, le prostitute.
Per chi è solo. Per chi è stanco. Per chi ha ammainato le vele.
Per chi nasconde sotto il coperchio di un sorriso cisterne di dolore.
Libera i credenti, o Signore,
dal pensare che basti un gesto di carità a sanare tante sofferenze.
Ma libera anche chi non condivide le speranze cristiane
dal credere che sia inutile spartire il pane e la tenda, e che basterà cambiare le strutture
perché i poveri non ci siano più.
Essi li avremo sempre con noi.
Sono il segno della nostra povertà di viandanti. Sono il simbolo delle nostre delusioni.
Sono il coagulo delle nostre stanchezze. Sono il brandello delle nostre disperazioni.
Li avremo sempre con noi, anzi, dentro di noi.
Adesso, basta, o Signore: non ti voglio stancare, è già scesa la notte.
Ma laggiù, sul mare,
ancora senza vele e senza sogni,
si è accesa una lampara.

16. SPIRITO DI DIO
Spirito di Dio,
che agli inizi della creazione
ti libravi sugli abissi dell'universo, e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose,
scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti.
Questo mondo che invecchia, sfioralo con l'ala della tua gloria.
Dissipa le sue rughe.
Fascia le ferite
che l'egoismo sfrenato degli uomini
ha tracciato sulla sua pelle.
Mitiga con l'olio della tenerezza
le arsure della sua crosta.
Restituiscigli il manto dell'antico splendore, che le nostre violenze gli hanno strappato e riversa
sulle carni inaridite anfore di profumo. Permea tutte le cose, e possiedine il cuore.
Facci percepire la tua dolente presenza
nel gemito delle foreste divelte,
nell'urlo dei mari inquinati,
nel pianto dei torrenti inariditi,
nella viscida desolazione delle spiagge di bitume. Restituiscici al gaudio dei primordi.
Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora
sul nostro vecchio mondo in pericolo.
E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino,
e nel giardino fiorirà l'albero della giustizia, e frutto della giustizia sarà la pace.
Spirito Santo,
che riempivi di luce i profeti
e accendevi parole di fuoco sulla loro bocca, torna a parlarci con accenti di speranza. Frantuma la
corazza della nostra assuefazione all'esilio.
Ridestaci nel cuore nostalgie di patrie perdute. Dissipa le nostre paure.
Scuotici dall'omertà.
Liberaci dalla tristezza di non saperci più indignare per i soprusi consumati sui poveri.
E preservaci dalla tragedia
di dover riconoscere che le prime officine della violenza e della ingiustizia sono ospitate nei nostri
cuori. Donaci la gioia di capire
che tu non parli solo dai microfoni delle nostre chiese.
Che nessuno può menar vanto di possederti.
E che, se i semi del Verbo
sono diffusi in tutte le aiuole, è anche vero che i tuoi gemiti
si esprimono nelle lacrime dei maomettani e nelle verità dei buddisti,
negli amori degli indù e nel sorriso degli idolatri, nelle parole buone dei pagani e nella rettitudine
degli atei.
Spirito Santo,
che hai invaso l'anima di Maria per offrirci la prima campionatura
di come un giorno avresti invaso la chiesa e collocato nei suoi perimetri
il tuo nuovo domicilio, rendici capaci di esultanza.

Donaci il gusto di sentirci «estroversi».
Rivolti, cioè, verso il mondo,

che non è una specie di chiesa mancata,

ma l'oggetto ultimo di quell'incontenibile amore per il quale la chiesa stessa è stata costituita.

Se dobbiamo attraversare i mari

che ci distanziano dalle altre culture,

soffia nelle vele perché,

sciolte le gomene che ci legano agli ormeggi del nostro piccolo mondo antico,

un più generoso impegno missionario ci solleciti a partire.

Se dobbiamo camminare sull'asciutto, mettici le ali ai piedi perché, come Maria, raggiungiamo in

fretta la città.

La città terrena. Che tu ami appassionatamente. Che non è il ripostiglio dei rifiuti,

ma il partner con cui dobbiamo «agonizzare» perché giunga a compimento l'opera della

Redenzione.

Spirito di Dio, che presso le rive del Giordano sei sceso in pienezza sul capo di Gesù e l'hai

proclamato Messia,

dilaga su questo corpo sacerdotale raccolto davanti a te.

Adornalo di una veste di grazia. Consacralo con l'unzione, e invitalo a portare

il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli

schiavi, 1,1 scarcerazione dei prigionieri,

a promulgare

l'anno di misericordia del Signore.

Gesù ha usato queste parole di Isaia ter la sua autopresentazione

nella sinagoga di Nazareth

e per la stesura

del suo manifesto programmatico,

vuol dire che anche la Chiesa, oggi,

deve farsi solidale con i sofferenti,

con i poveri, con gli oppressi, con i deboli, con gli affamati,

e con tutte le vittime della violenza.

Facci capire che i poveri

sono i «punti di entrata»

attraverso i quali tu, Spirito di Dio, irrompi in tutte le realtà umane e le ricrei.

Preserva, perciò, la tua sposa

dal sacrilegio di pensare che la scelta degli ultimi sia l'indulgenza alle mode di turno, e non invece

la feritoia attraverso la quale la forza di Dio penetra nel mondo e comincia la sua opera di salvezza.

Spirito Santo,

dono del Cristo morente,

fa' che la chiesa dimostri

di averti ereditato davvero. Trattienila ai piedi di tutte le croci. Quelle dei singoli e quelle dei

popoli. Ispirale parole e silenzi,

perché sappia dare significato

al dolore degli uomini.

Così che ogni povero comprenda che non è vano il suo pianto,

e ripeta col salmo:

«Le mie lacrime, Signore, nell'otre tuo raccogli».

Rendila protagonista infaticabile

di deposizione del patibolo,

perché i corpi schiodati dei sofferenti
trovino pace sulle sue ginocchia di madre. In quei momenti poni sulle sue labbra
canzoni di speranza.
E donale di non arrossire mai della croce, ma di guardare a essa
come all'antenna della sua nave,
le cui vele tu gonfi di brezza
e spingi con fiducia lontano.
Spirito di Pentecoste,
ridestaci all'antico mandato di profeti. Dissigilla le nostre labbra,
contratte dalle prudenze carnali. Introduci nelle nostre vene
il rigetto per ogni compromesso.
E donaci la nausea di lusingare
i detentori del potere per trarne vantaggio. Trattienici dalle ambiguità.
Facci la grazia del voltastomaco per i nostri peccati.
Poni il tuo marchio di origine controllata sulle nostre testimonianze.
Facci aborrire dalle parole, quando esse non trovano puntuale verifica nei fatti.
Spalanca i cancelletti dei nostri cenacoli
Aiutaci a vedere i riverberi delle tue fiamme nei processi di purificazione
che avvengono in tutti gli angoli della terra. Aprici a fiducie ecumeniche.
E in ogni uomo di buona volontà
facci scorgere le orme del tuo passaggio.
Spirito del Signore,
dono del Risorto agli apostoli del cenacolo, gonfia di passione la vita dei tuoi presbiteri. Riempi di
amicizie discrete la loro solitudine. Rendili innamorati della terra,
e capaci di misericordia
per tutte le sue debolezze.
Confortali con la gratitudine della gente e con l'olio della comunione fraterna. Ristora la loro
stanchezza,
perché non trovino appoggio più dolce per il loro riposo
che la spalla del Maestro.
Liberali dalla paura di non farcela più. Dai loro occhi
partano inviti a sovrumane trasparenze. Dal loro cuore
si sprigioni audacia mista a tenerezza. Dalle loro mani grondi il crisma
su tutto ciò che accarezzano.
Fa' risplendere di gioia i loro corpi. Rivestili di abiti nuziali.
E cingili con cinture di luce.
Perché, per essi e per tutti, lo sposo non tarderà.


17. TANTI AUGURI!

Ragazzi, vi faccio anch'io tanti auguri. Tanti auguri di speranza, tanti auguri di gioia, tanti auguri di buona
salute, tanti auguri perché a voi ragazzi e ragazze fioriscano tutti i sogni.
Tanti auguri perché nei vostri occhi ci sia sempre la trasparenza dei laghi e non si offuschino mai per le
tristezze della vita che sempre ci sommergono. Vedrete come fra poco la fioritura della primavera spirituale
inonderà il mondo, perché andiamo verso momenti splendidi della storia. Non andiamo verso la catastrofe,
ricordatevelo.
Quindi gioite! Il Signore vi renda felici nel cuore, le vostre amicizie siano sincere. Non barattate mai l'onestà
con un pugno di lenticchie. Vorrei dirvi tante cose, soprattutto vorrei augurarvi la pace della sera, quella che
possiamo sentire anche adesso, se noi recidessimo un po' dei nostri impegni così vorticosi, delle nostre
corse affannate.
Coraggio! Vogliate bene a Gesù Cristo, amate con tutto il cuore, prendete il Vangelo tra le mani, cercate di
tradurre in pratica quello che Gesù vi dice con semplicità di spirito.
Poi amate i poveri. Amate i poveri perché è da loro che viene la salvezza. Non arricchitevi, è sempre
perdente colui che vince al gioco della borsa.
Vi abbraccio, tutti, uno ad uno, e, vi vorrei dire, guardandovi negli occhi: "TI VOGLIO BENE!".

TESTI MARIANI
Santa Maria, donna di parte,
Santa Maria, donna di parte,
Come siamo distanti dalla tua logica.
Tu ti sei fidata di Dio e, come lui, hai scommesso tutto sui poveri,
affiancandoti a loro e facendo della povertà l'indicatore più chiaro
del tuo totale abbandono in lui,
il quale «ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti;
ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti;
ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla
per ridurre a nulla le cose che sono».
Ma noi, invece, andiamo più sul sicuro. Ci vogliamo garantire dagli imprevisti.
Preferiamo la praticità terra terra
dei nostri programmi.
Quando ci decideremo, sul tuo esempio, a fare scelte umanamente perdenti,
nella convinzione che solo passando
dalla tua sponda potremo redimerci e redimere?
Santa Maria, donna di parte, tienici lontani dalla tentazione di servire due padroni. Obbligaci a
uscire allo scoperto. Liberaci dall'indifferenza
di fronte alle ingiustizie e a chi le compie. Noi ti preghiamo, in particolare,
per la chiesa di Dio,
che, a differenza di te,
fa ancora tanta fatica
ad allinearsi coraggiosamente con i poveri. In teoria essa dichiara l'opzione preferenziale in loro
favore.
Ma in pratica rimane spesso sedotta dalle manovre accaparratrici dei potenti.
Nelle formulazioni dei suoi progetti pastorali decide di partire dagli ultimi.
Ma nei percorsi concreti dei suoi itinerari si mantiene prudenzialmente al coperto, andando a
braccetto coi primi.
Aiutala a uscire dalla sua pavida neutralità! Dalle la fierezza di riscoprirsi coscienza critica delle
strutture di peccato
che schiacciano gli indifesi e respingono a quote subumane i due terzi del mondo. Ispirale accenni
di fiducia.
E mettile sulle labbra
le cadenze eversive del Magnificat,
di cui, talvolta, sembra che abbia smarrito gli accordi.
Solo così potrà dare testimonianza viva
di verità e di libertà, di giustizia e di pace. E gli uomini si apriranno ancora una volta alla speranza
di un mondo nuovo.
Come avvenne quel giorno di duemila ani Sui monti di Giuda.

 NOSTRA CONTEMPORANEA
Donna dei nostri giorni,
vieni ad abitare in mezzo a noi.
Fa' che possiamo sentirti vicina ai nostri problemi. Dandoti per nostra madre, Gesù ti ha costituito
non solo conterranea
ma anche contemporanea di tutti.
Mettiti allora accanto a noi,
e ascoltaci mentre ti confidiamo le ansie quotidiane che assillano la nostra vita moderna:
lo stipendio che non basta, la stanchezza da stress, l'incertezza del futuro, la paura di non farcela,
la solitudine interiore, l'usura dei rapporti, l'instabilità degli affetti,
l'educazione difficile dei figli,
l'incomunicabilità perfino con le persone più care, la frammentazione assurda del tempo,
il capogiro delle tentazioni,
la tristezza delle cadute, la noia del peccato... Santa Maria, donna dei nostri giorni,
liberaci dal pericolo di pensare
che le esperienze spirituali
vissute da te duemila anni fa,
siano improponibili oggi per noi.
Facci comprendere
che la modestia, l'umiltà, la purezza
sono frutti di tutte le stagioni della storia,
e che il volgere dei tempi
non ha alterato la composizione chimica di certi valori quali la gratuità, l'obbedienza,
la tenerezza, il perdono.
Sono valori che tengono ancora
Che non andranno mai in disuso.
Ritorna, perciò, in mezzo a noi,
ed offri a tutti l'edizione aggiornata delle grandi virtù umane
che ti hanno resa grande agli occhi di Dio.

TENERA E FORTE
Donna vera,
icona del mondo femminile
approdato finalmente nella terra promessa, aiutaci a leggere la storia e a interpretare la vita, dopo
tanto maschilismo imperante,
con le categorie tenere e forti della femminilità. In questo mondo così piatto, contrassegnato
dall'intemperanza del raziocinio sull'intuizione, del calcolo sulla creatività,
del potere sulla tenerezza,
del vigore dei muscoli
sulla morbida persuasione dello sguardo,
16



tu sei l'immagine non solo della donna nuova, ma della nuova umanità
preservata dai miraggi delle false liberazioni. Aiutaci, allora, a ringraziare Dio che,
se per umanizzare la terra si serve dell'uomo senza molto riuscirci,
per umanizzare l'uomo
vuol servirsi della donna:
nella certezza che stavolta non fallirà.


FUORI DALLE TANE
Donna del popolo,
grazie perché hai convissuto con la gente,
prima e dopo l'annuncio dell'angelo,
e non hai preteso da Gabriele
una scorta permanente di cherubini
che facesse la guardia d'onore sull'uscio di casa tua, Grazie, perché,
pur consapevole di essere la madre di Dio,
non ti sei ritirata negli appartamenti
della tua aristocrazia spirituale
ma hai voluto assaporare fino in fondo
le esperienze, povere e struggenti,
di tutte le donne di Nazareth.
Noi credenti,
che per definizione ci chiamiamo «popolo di Dio», sentiamo di dover offrire
una forte testimonianza di comunione
sulla quale il mondo possa cadenzare i suoi passi. Tu rimanici accanto in questa difficile impresa.
Non per nulla ti ripetiamo nel canto:
«Mira il tuo popolo, o bella Signora...».
Insegnaci a condividere con la gente
le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce
che contrassegnano il cammino della nostra civiltà. Donaci il gusto di stare in mezzo,
come te nel cenacolo.
E snidaci dalle tane dell'isolamento.  

DONNA INNAMORATA
Roveto inestinguibile di amore,
ti abbiamo ritenuta capace solo di fiamme che si alzano verso il cielo,
escludendoti dall'esperienza
delle piccole scintille di quaggiù.
Tu, invece, rogo di carità per il Creatore,
ci sei maestra anche di come si amano le creature. Santa Maria, donna innamorata,
ti voglio bene!
Facci capire che l'amore è sempre santo,
perché le sue vampe
partono dall'unico incendio di Dio.
Insegnaci ad amare.
Amare, voce del verbo morire,
significa decentrarsi.
Uscire da sé. Dare senza chiedere.
Desiderare la felicità dell'altro...


 SENTINELLA DEL MATTINO
Vergine dell'attesa,
donaci un'anima vigiliare.
Giunti alle soglie del terzo millennio,
ci sentiamo purtroppo più figli del crepuscolo che profeti dell'avvento.
Hanno detto che la santità
si misura dallo spessore delle attese...
Se così è, tu sei la più santa delle creature, perché tutta la tua vita è cadenzata
dai ritmi gaudiosi di chi aspetta qualcuno. Vergine in attesa, all'inizio. Fidanzata, cioè. Madre in
attesa, alla fine.
Lì, nel cenacolo, in compagnia dei discepoli, in attesa dello Spirito...
Sentinella del mattino,
portaci arpa e cetra
perché possiamo svegliare l'aurora.

 SULLA LINEA DI CONFINE
Donna di frontiera,
perennemente attestata sulla linea di confine di mondi diversi che si confrontano.
Tu stai sui crinali che passano tra l'Antico e il Nuovo Testamento.
Tu sei la persona con cui si conclude
un processo cronologico centrato sulla giustizia, e ne matura un altro centrato sulla misericordia.
Tu sci l'orizzonte che congiunge
Le ultime propaggini della notte e
i primi chiarori del giorno.
Tu sei l'aurora
che precede il Sole di giustizia.
Grazie per la tua collocazione
accanto alla croce di Gesù,
luogo di frontiera,
dove il futuro s'introduce nel presente inondandolo di speranza.
E’ di questa speranza che abbiamo bisogno, porta del cielo.
Mettiti al nostro fianco,
oggi che stiamo vivendo l'epoca della transizione.
26. E METTICI SULLE LABBRA...
Donna di parte,
che con il Magnificat
hai fatto una precisa scelta di campo,
decidendo di giocare con la squadra che perde, e hai preso posizione in favore dei poveri,
dei discriminati,
degli umiliati e degli offesi di tutti i tempi:
di tutti coloro, insomma, che non contano nulla davanti agli occhi della storia...
tienici lontani dalla tentazione di servire due padi oi Liberaci dall'indifferenza
di fronte all'ingiustizia e a chi la compie.
Obbligaci a uscire allo scoperto.
Preservaci dal sacrilegio di legittimare, per un malinteso senso dell'universalità cristiana, le violenze consumate a danno degli oppressi.
Noi ti preghiamo anche per la Chiesa di Dio, che dichiara l'«opzione preferenziale» per i poveri
ma in pratica rimane spesso sedotta
dalle manovre accaparratrici dei potenti.
Aiutala a uscire dalla sua pavida neutralità.
Dalle la fierezza di riscoprirsi
coscienza critica delle strutture di peccato
che schiacciano gli indifesi
e respingono a quote subumane i due terzi del tuoi Io E mettile sulle labbra
gli accordi eversivi del Magnificat.
 
 A CAPO SCOPERTO
Santa Maria, donna feriale,
se per un attimo osiamo toglierti l'aureola,
è perché vogliamo vedere
quanto sei bella a capo scoperto.
Aiutaci a comprendere
che il capitolo più fecondo della teologia non è quello che ti pone
all'interno della Bibbia o della patristica,
della spiritualità o della liturgia,
dei dogmi o dell'arte,
ma è quello che ti colloca
all'interno della casa di Nazareth.
Insegnaci a considerare la vita quotidiana
come il cantiere dove si costruisce
la storia della salvezza.
E torna a camminare discretamente con noi,
o creatura straordinaria
innamorata di normalità,
che prima di essere incoronata Regina del cielo
hai ingoiato la polvere della nostra povera terra.  

BREVITÀ DI UN «SÌ»
Donna di poche parole,
perchè afferrata dalla Parola,
aiutaci a comprendere che nessun linguaggio umano
è così pregnante come il tuo,
fatto di monosillabi veloci come un «sì»
di sussurri brevi come un «fiat»
di abbandoni totali come un «amen»
Noi siamo abili malati di magniloquenza
intossicati di parole.
abili nell'usare la parola
per nascondere i pensieri,
esperti nel tessere ragnatele di vocaboli sui crateri del «non senso»,
incapaci di andare alla sostanza delle cose.
Ci siamo creati un'anima barocca,
Che Adopera i vocaboli come fossero stucchi
E aggira i problemi
Con le volute delle furbizie letterarie.
La Parola, in noi, si fa voce ma senza farsi carne,
Si riempie la bocca ma lascia vuoto il grembo.
Proteggi, dunque, le nostre labbra dai gonfiori inutili,
che le nostre voci siano ridotte all'essenziale,
diventino sacramento della trasparenza,
insegnaci leggere nella brevità di un «sì»
lo spessore del mistero e il profumo del silenzio.



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