Africa - diario di bordo
27
– 28 DICEMBRE 2012
A mezzanotte del 26 Dicembre
2012 il pullmann della parrocchia è già pronto per partire… Si va con tanta
pioggia e mentre i miei compagni di viaggio parlano di auto e di un mondo già
incrociato, io mi soffermo sullo scorrere del guard rail sulla mia destra.
Tutto sembra veloce. Penso ai miei amici che mi hanno chiesto di metterli in
valigia e che dopo quattordici anni dalla mia espressa volontà di partire, lo
stavo facendo realmente. Tutti parlano ed io tra le luci dell’autostrada e
della notte che si infrangono forte sull’incessante pioggia, mi chiedo cosa
sarà, cosa vedrò, cosa vivrò. E’ quasi come voler saltare qualche ora più
avanti per non riuscire più a controllare la voglia di attendere neppure
l’ultimo giorno che ti separa da qualcosa che ormai senti nelle viscere da
troppo tempo. E’ come la paura di arrivare impreparati di fronte al grande
incontro che può cambiare qualcosa alla tua esistenza. Come l’incessante
martellarsi dentro per impegnarmi a respirare ogni singolo istante e non cadere
nella superficialità dei racconti intensi sentiti e risentiti. Voglia di
assaporare e ficcarmi più possibile dentro una vita che già so mi appartenermi
a metà… voglia di riempire occhi e cuore di stupore per ogni singolo
avvenimento.
Roma – Parigi va tutto bene.
Solo un piccolo spavento per il visto beninese che sembra effettivamente poco
chiaro… la tipa al banco che ci chiede
se è proprio così e che non vorrebbe ci vengano creati problemi a Parigi o a
Cotonou… qualcuno con qualche kg di troppo in valigia e tacabanda a fare i
travasi… Metal detector che suona, scarpe sfilate e mani alzate… valige aperte
e mortadelle e salsicce a dirla lunga sulla tipologia di viaggio… l’attesa…
insomma tutto normale.
Dormo praticamente tutto il
tempo a causa della precedente notte insonne tra chilometri e aeroporto. Mi
accorgo di essere in terra francese quando il capitano augura buon prosieguo a
chi, come noi, farà scalo. Non avevo mai
messo piede a Parigi, neppure in uno dei suoi aeroporti. Lo Charles De Gaulle è
veramente stratosferico! Ho ancora poca dimestichezza a ricordare le parole e
la grammatica francese quindi giriamo una ventina di minuti a vuoto prima
di beccare il padiglione giusto! Poco
male… avevamo un bel po’ di tempo da “spendere”!
In aeroporto mi ha sempre
colpito ascoltare l’I-pod. Sembri il protagonista di un film mentre tutto ti
gira intorno. Volti, sguardi, mani, colori, corse, valige, zaini, risate,
comitive, giacche e cravatte, cellulari, panchine, bar, scazza menti, liti,
stress, dormite, cestini… e chipiùnehapiùnemetta in un panorama che contiene
tutti gli elementi di una grande scenografia… e tu protagonista con la musica
che scegli a fare da colonna sonora! Bello sentirsi un divo di holliwood senza
neanche una telecamera a riprenderti ed un regista a dire “Buona la prima”!
tutto sembra essere nelle tue corde e nessuno può permettersi di suggerirti
cosa stai facendo di giusto o sbagliato! Una sorta di assenza nella presenza
più frenetica…
Finalmente il tabellone
luminoso indica “Cotonou”… ci dice quanto impiegheremo e quanti gradi ci
aspettano… ci dice anche l’umidità. In prima analisi ho sperato sbagliasse la
tecnologia… a breve avrei compreso che il tutto era esatto. Mi diverto con gli
altri. Si fanno battute sui personaggi che passeggiano nel grande spazio di
attesa. Siamo tutti attenti all’orario del malarone! Poi partiamo e la storia
prende più forma. Le ore a dividermi dal “mio” viaggio erano diventate sei. Il
grande boing piazza me e il sulla sinistra. Lato finestrino quasi come da
copione. Mi diverte la scena di una donna “superpiazzata” con un didietro
imbarazzante rigorosamente puntato verso di noi. Aveva anche una chitarra
classica dal valore di poche decine di euro che trasportava quasi come un
souvenir senza custodia. Lo spazio indispensabile le impediva di sistemarsi per
bene tra giaccone, passaporto, chitarra, buste, bagaglio a mano, fila da
gestire. Il don cominciva ad infastidirsi stando sul sedile che da sul
corridoio, ed io godo esterefatto dello spettacolo in prima fila senza aver
pagato il supplemento! Dopo i reclami di qualche viandante in fila finalmente
madame si siede per far defluire un po’ di gente ma non basta! Si siede su un
numero che non le appartiene ad ospitarla fin quando non giunge il legittimo
proprietario! Da li alla sua sistemazione tra il mio “pseudo divertimento” e la
faccia del mio amico sacerdote, passa un altro po’ ma riusciamo a partire!
Martino, Ennio, Tonino e Michele occupano la fila centrale e peccato che non ho
una telecamera a riprendere le loro facce e i “numeri” che hanno sfoggiato
anche loro! Li terrò per me!
Volevo osservare il deserto
dall’alto e qualcuno mi aveva detto che sarebbe stato possibile solo se le
condizioni meteo lo avessero permesso. Il mostro alato salito ormai a dodici chilometri
verso nord con andamento sui novecento orari mi ha accontentato dopo circa tre
ore di viaggio. Il Sahara. Il deserto. Non parlo di sabbia… parlo del deserto…
qualcosa di indescrivibile. Un’infinita distesa rossa a ricordarmi che più
scendiamo verso il sud del mondo più cambiano i colori. Ci stava aspettando il
Continente Nero. Un paio d’ore di scorrere nella mente di statistiche e domande
a raffica come schiaffi sulla pelle bagnata. Volevo subito una risposta. Volevo
una risposta.
“Si prega di allacciare le
cinture!”. E’ ufficiale. Stiamo atterrando. Le uniche lucette nella notte sono
quelle dell’aeroporto. Dall’oblò non vedo altro. Ad un certo punto penso
addirittura di essere atterrato nel deserto ma capisco fosse impossibile. E’
buio. Percepisco solo questo.
L’aeroporto di Cotonou ricorda
subito ai propri ospiti che si è appena giunti nel continente nero e lancia
diapositive di uomini e donne pronti a strapparsi velocemente di dosso i
pesanti maglioni costretti dal freddo del Nord! Tra il caldo dei motori Air
France e il sole che secondo me la notte si sposta dal cielo ad un leggero
strato sotterraneo che lancia continuamente fiamme, l’Africa ci da il
benvenuti! Pochi minuti per capire che la storia è diversa, quasi lo stesso
tempo per impiegare a comprendere che la capitale commerciale conviene sia soltanto
una notte di passaggio. L’afa è insopportabile ed io esco dal boing come un
capo di stato. Mi fermo due secondi ma non ci sono gli applausi. Questa volta
non era uno scherzo. Il Benin in rappresentanza di tutti gli stati africani mi
ha detto: “Finalmente!”… Concitazione e mani al collo delle maglie per cercare
di slabbrarle il più possibile, ci ritroviamo in trecento in sessanta metri
quadrati, in una stanza chiamata sala d’arrivo. Sembra tutto un film. Spero non
mi prendano nuovamente per un arabo e finalmente mi sparano il timbro
d’ingresso. Prima di entrare nel salone del “ritiro bagagli” chiedo un bagno.
Me lo indicano. Chiedo se è l’unico e quasi non ricevo risposta. Si vede che è
la mia prima volta quaggiù penso tra me. Entro in “bagno” e mi do il benvenuto…
Solco la sala bagagli e capisco
che la toilette è solo un’anticamera a dirmi che non ancora ho capito un cazzo
di dove sono atterrato. Rulli sfasciati a trasportare le valige dei fortunati
in uno scenario da wall street in “bianco e nero”. Chi grida, chi si butta,
carrelloni ad intasare i minimi spazi, camice blu a dirti “ci penso io”, uomini
armati a far capire che ormai dipende tutto da loro, famiglie, bambini,
treccine, sudore… Tutto si concretizza in organizzazione turista faidate. Io e
il don a badare i bagagli a mano, gli altri a pregare davanti al rullo che i
nostri arrivino tutti. L’aria mi manca. Controllo dei passaporti. Finalmente si
esce ed io non credo ai miei occhi. Basta poco per capire che sei nel Sud del
mondo. Dopo i saluti d’ordinanza e le macchine cariche a tromba con bagagliai
aperti e noi pressati stile sardine, ci avviamo verso il posto che ci avrebbe
ospitati. Ci ferma anche la polizia ad un posto di blocco. Mi sento sereno
nonostante tutto. Vincent scende direttamente con i soldi in mano, la macchina
ancora a folle, pochi secondi, rientra imprecando che si poteva risparmiare un
po’ ma va bene così e riprendiamo la corsa. Tutto normale. Mi trovo nel futuro?
La strada mostra i primi scenari a me ancora ignoti. Dai mezzi di trasporto
agli uomini che gestiscono al meglio la loro vita… come si può… Sono stanco ed
ho caldo. Finalmente arriviamo dalle suore. Prendo la stanza più spartana al
primo piano che da direttamente sulla strada… pensavo peggio: gettata di
cemento e una doccia in comune oltre a qualche animaletto ad accogliermi…
Ceniamo in un ristorante li vicino, poi si rientra. Mi sparo la meritata doccia
ma non basta! Il tempo di uscire dall’acqua e sono di nuovo fradicio di sudore.
Irrespirabile l’aria e traffico no stop. Mi faccio coraggio, mi lancio sotto il
telo bianco stile preghiera puritana e con una buona dose di autan passo
l’ennesima notte insonne. A Cotonou non ci si ferma mai. Mai. Moltissima gente
non ha casa e dorme sui marciapiedi o comunque per strada. Intorno alle tre è
scoppiata la gomma di un camion simulando un attentato! Spavento assurdo.
Ancora tutto normale.
Sveglia alle 8:00, proprio
mezz’ora dopo essermi addormentato! Ok! Colazione in un “bar” dotato di wi-fi…
avviso tramite face book che siamo vivi e facciamo il primo vero giro per la
città. Ci dividiamo. Metà a recuperare il materiale per il lavoro nel villaggio
e Tonino, Michele ed io a passeggiare nella bolgia. Il don ci da qualche
contromisura da osservare e noi confessiamo fedeltà! Tutti si attaccano e
vogliono qualcosa. Chi non lo fa ci osserva come se fossimo bianchi… ed in
effetti lo siamo. Molti si arrabbiano perché non compriamo niente da loro e
tutto il resto ha bisogno di un metabolismo lento, lento… lento. Vediamo di
tutto e di più. Comincio a dare un volto alle statistiche che studio ed inizio
ad avere inconscie risposte sugli uomini che preferiscono morire in mare pur di
raggiungere l’occidente. Do anche un senso ai dormitori in casolari abbandonati
nelle nostre campagne e alle macchine sganasciate al limite del reale. Donne,
uomini e bambine senza casa. A vivere nella normalità di un marciapiede la
notte come il giorno. E mentre rifletto sta per “investirmi” un camion targato
Coca Cola… uno dei pochi nuovi che ho visto. Sta tentandomi l’idea di
apprezzare realmente le cose che ho. Capisci il vero significato del termine
dignità. Usi la calcolatrice che suggerisce la scienza della statistica: “siamo
in due e mangiamo mezzo pollo ciascuno”!... e comprendi anche che è una cazzata
perché quel pollo ce lo mangiamo noi anche per loro lasciando ai più fortunati
le ossa spolpate. Non mi inoltrerò a raccontare quello che ho visto. Non
voglio.
Dopo un’oretta a girare voglio
già scappare. Mi dico che se questa è l’Africa non resisto venti giorni…
Entriamo nella cattedrale che ospitò anche il Santo Padre e noto il crocifisso
nero pulito accuratamente da un uomo. Mi chiedo se sia più nera la pelle, il
crocifisso o la condizione umana. “La fortuna è un fatto di geografia” spesso.
Raggiungiamo gli altri e ci avviamo verso un locale che ci aspettava per il
pranzo. Ci lanciamo su un mototaxi rigorosamente cinese e guidato da ragazzi
del posto. Gli faccio qualche domanda e mi risponde il minimo indispensabile, è
troppo concentrato a non suicidarsi in quel traffico infernale senza regole.
Credo che l’esperienza del mototaxi sia da provare almeno una volta nella vita…
mentre io non credo ancora a quello che vedo. Arriviamo nel ristorante-scuola
appositamente creato per togliere ragazzi dalla strada o da situazioni
difficili. Paghiamo di più ma ne vale la pena per la cucina e per tutto il
resto.
Sono stanco. Non ho fatto
granchè oggi ma ho fatto tanto. Dai polmoni colmi di smog alla testa piena di
scene assurde… liti per strada, gente nella polvere, ciechi accompagnati da
figli o nipoti o bambini… occhi immensi, uominio a scaricare tir neppure
fossero muletti in carne ed ossa, commercianti
di ognicosa e tanto, troppo altro.
Io sono bianco e ragiono da
bianco ma in Africa devi ragionare da nero, vedere da nero. Il bianco è solo da
mungere ed io mi chiedo se personalmente lo merito imbattendomi nell’errore del
luogo comune. “Noi” lo meritiamo. Punto.
Il tardo pomeriggio passa tra
le promesse disattese di un tizio che avrebbe dovuto essere già li per
preparare il trasporto verso il villaggio di domani mattina. Ci aspettavamo
qualcosa di più moderno ma l’amico africano che ci ha dato buca continua a
sparare balle dicendo “Sto arrivando!”, “c’è traffico” e cose del genere! Le
nostre facce si sono incrociate stupite quando in attesa del nuovo mezzo
abbiamo visto da lontano un furgoncino da cinque e mezzo e qualcuno di noi ha
esclamato: “Eccolo, sarà lui!” … il nostro entusiasmo è stato spezzato da
un’altrettanto forte esclamazione di don Leo: “Magari! Questo è troppo nuovo…!”
Esterefatti l’abbiamo buttata sul ridere!
Dopo diverse ore di attesa
mette la freccia il “nostro furgoncino” rimediato in extremis! Urla di gioia!
Non vogliamo restare un altro solo istante a Cotonou. Apriamo la porta e ci
investe una puzza tremenda di ammoniaca probabilmente per ammorbidire la puzza
del trasporto precedente di bestiame misto a uomini… in questi furgoncini
insaccano di tutto di più fino all’irrespirabile per risparmiare sul viaggio.
In ogni caso lo testiamo subito. Mi presento con l’autista, Fessal, un ragazzo
di 18 anni che secondo me guidava da almeno 10 ore. Lo vedo abbastanza stanco.
Mi siedo davanti posto finestrino e ci incamminiamo verso il quartiere delle
ambasciate, a quanto pare fanno una pizza buona, e in effetti è vero. Peccato
che continuiamo a mangiare esclusivamente carboidrati! Paghiamo 65000 franchi
in otto, circa 100 euro che da queste parti non è mica poco. Uno stipendio
medio non raggiunge i 50 Euro al mese… meno di 2 euro al di. Ci alziamo e ci
avviamo verso casa in attesa delle ore che ci separano dal villaggio. Scambio
due chiacchiere con Fessal in Francese maccheronico misto ad inglese
leggermente meglio pronunciato! Mi dice che il suo sogno è venire in Europa non
per restarci, ma per promuovere la sua attività turistica in Benin. Una sorta
di Marketing. Non lo scoraggio dicendo ciò che penso e sorrido.
Domani partiamo per il
villaggio. Finalmente.
29
DICEMBRE 2012
Sono le 5:30 ed improvvisamente tutto mi sembra più
chiaro. Il sonno praticamente assente da tre giorni, il continuo viaggio ed il
peso delle valige sembra fare ormai parte della normalità. Ho metabolizzato un
minimo la giornata di ieri. Dio è in ognuno di questi fratelli.
Il furgoncino Mazda da telequiz
rimediato a fortuna da Don Leonardo è pronto! Carico a manetta. Partiamo
praticamente impennati! Sto bene! Fessal ha dormito nel furgoncino e prima
della nostra levata ha già smontato un sedile per andare un po’ più larghi e
far posto a valige e batterie. Tutto il resto rigorosamente caricato sopra!
Anche il sedile! Ripeto: Tutto normale! Ed io mi chiedevo quale fosse
l’anormalità… quella che avrei visto più avanti! Ci aspettano 12 ore di
viaggio.
Prima di partire preleviamo
l’aiuto autista in un villaggio poco distante dalla città. Scenari incredibili
e mentre aspettiamo il ragazzo che si sarebbe sparato il viaggio con noi c’era
un camion che scaricava caprette “al lancio” inzaccate all’inverosimile su quelle
quattro sponde. Qualcuna cadeva a terra morta o giù di li. Scatto una foto ed
un tizio mi grida appresso in lingua locale… Per sicurezza chiudo il vetro e
chiedo scusa… non sarei un buon reporter di guerra! Fessal ride e mi verrebbe
da chiedergli la fatidica frase molto usata nel nostro meridione quando le
estremità delle labbra si avvicinano ai rispettivi orecchi senza un motivo ben
preciso… ma evito. Il ragazzo arriva e ci rimettiamo in viaggio. Pochi km e
paletta della polizia. Controllo documenti. La patente di Fessal la tira fuori
don Leo. Lo guardo stupito ma non parlo. “Ca va” ci fa la guardia. E quindi
tutto ok. Ma non potevo non chiedere di come si trovasse nel suo borsello la
patente! Mi risponde dicendo che conviene sempre da queste parti. Anche quando
li conosci! Potrebbero andar via con tutto il materiale! Da noi si chiama
furto… qui non lo so… comunque se è così… meglio prevenire!
Attraversiamo la capitale
politica Portonovo e a seguire una miriade di piccoli e medi villaggi posti ai
bordi delle strade. Cerco di dormire ma apro spesso gli occhi per capire cosa
succede la fuori. Ho i piedi sul cruscotto, le mani nella barba e la mente
fuori dal furgoncino. Si scherza per allietare il lungo viaggio e don Quirino
mi fa: “Hai perso un’altra buona occasione per restare in silenzio!” Lo ha
detto Bonicelli. Stupenda espressione.
Viaggiamo da diverse ore e ci
sembra giusta una sosta per benzina! La benzina si vende nei villaggi in otri
di vetro! Il bagno si fa a cielo aperto. Durante la prima sosta io e Michele
veniamo ritratti dal posteriore con le mani in direzione convergente verso il
sud del nostro corpo! Mi sento un po’ in imbarazzo ma qui la vergogna è di chi
guarda! E allora si fa! No mancano battute relative alla disfida tra bianchi e
neri e su questo si ride un sacco! Ci divertiamo con poco insomma!
Intorno alle 11:30, orario in
cui normalmente si pranza, ci fermiamo in un altro villaggio. Chiaramente non
tocco cibo… La birra è l’unica cosa
imbottigliata oltre alla coca cola e quindi preferisco andare di pils! Mi
stacco dal gruppo attratto da donne e ragazzi che pestavano lo gnam in un
grande calderone di legno con bastoni ben preparati alla missione. Scatto
qualche foto e loro mi chiedono se voglio provare! Dico che mi basta guardare.
Non voglio fare il turista per caso. Così cominciano a pestare di brutto
riempiendomi di gocce saltate la maglietta verde che indosso. Provo a chiedere
del bagno e mi indicano la latrina. Apro la porta e la puzza mi caccia via a
brutte parole! Va bene! Qualche minuto a piedi per trovare uno spazio
indipendente sotto un albero o dietro un muretto!
Ci rimettiamo in cammino.
Mancano altre sei ore forse. Siamo nel mezzo del cammin di nostra vita! Non
conviene mai fermarsi, ogni volta veniamo assaliti da folle di bambini e donne
che vogliono venderci ogniccosa. Frutta, acqua in busta… ci chiedono un
“cadeaux” e tutto ciò che si può immaginare! Scatto loro le foto e ridono
quando gliele mostro. In qualche villaggio i piccoli restano a giardare da
lontano con gli occhioni grandi. Si sente che stacambiando qualcosa mentre
saliamo verso il nord. Lo scanario è più secco a causa della vicinanza al
deserto e la gente più povera e più semplice. Ci stavamo preparando alla “vita
di villaggio” che ci avrebbe ospitati per due settimane. Verso la fine sono
esterefatto. Ho sete ma non voglio l’acqua in busta e bevo una coca cola calda
tipo sui quaranta centigradi. Per strada ne abbiam viste troppe. Le salite
spesso cariche di camion spossati ormai al capolinea, motorini ovunque,
passeggeri inscatolati sui vari mezzi, macchine a mò di trattori, e gente,
gente, donne, bambini, pesi sul capo, fusti di latta a fare da frontiera.
Un numero e un nome. Dodici
come le ore, Cotiacou come nome di città. Siamo arrivati.
Ci accolgono soprattutto i
bambini. Molti di loro si rendono subito operosi. Qualcuno prende le batterie
di accumulo da 60 kg, se le carica sulla testa e le sposta nelle stanze. Io non
ce la faccio. Sono troppo pesanti.
Il tempo di sistemarci e capire
che sono in piena savana.
Sono le 21:00 ed abbiamo finito
di cenare. Non riesco bene a spiegare tutto. Penso solo a qual bambino con la
batteria sulla testa, scalzo, e alle nostre playstation. Poi penso che sarebbe
meglio farsi due visti e scendere dal Burkina Faso.
Buonanotte.
30
DICEMBRE 2012
Mi trovo in una fase in cui
rubare non è reato. Rubare per riempire mente e cuore di usanze, sguardi,
tradizioni. Abbiamo seguito la messa tra ritmo e colori. Ho conosciuto tanta
gente del villaggio e molti bambini che noin vedevano l’ora di tenermi stretta
la mano. Mi osservano da vicino e mi
toccano i pochi peli che ho sulle braccia e la barba. Si rivedono nelle foto e
sembra divertire molto la cosa! Molte bambine di pochi anni di età, sei al
massimo, portano i loro fratellini sulla schiena. Sono abituate a sostenere il
peso della vita sin da piccole. Qualcosa non mi quadra e spero che sia dovuto
al primo giorno di villaggio. Qui le coppie non esistono. Si possono trovare
degli sposi, ma non coppie. A quanto pare basta poco anche per cambiare tetto
coniugale, basta un uomo più ricco. I bambini in teoria fino ai 12 anni
appartengono alla madre, poi si esegue una sorta di passaggio di proprietà e
passa al padre.
Ho conosciuto Teresa, una
ragazza americana che lavora per un’organizzazione di volontariato o qualcosa
del genere. Vive esattamente come la gente del villaggio, dentro una struttura
in mattoni, mangia il loro cibo, si lava fuori senza acqua corrente, senza
corrente elettrica e senza servizi igienici. Apprezzo subito il suo spirito.
E’ sera e siamo tornati da un
giro nel villaggio. I bambini si sono letteralmente attaccati dietro! Un
bambino giocava con una ruota dismessa e mi sembrava il più felice del mondo. Mi
sono appena reso conto che oggi è la vigilia del nuovo anno. Ricordo che in
Italia impazzivamo per essere d’accordo su come e dove festeggiare. Da due anni
non soffro più questa triste preparazione. Siamo semplicemente vuoti e non ci
serve realmente più di quello che abbiamo. Non apprezziamo fino in fondo le
persone che ci amano e con cui stiamo bene e ci inventiamo luoghi per colmare
il vuoto che abbiamo. Cerchiamo qualcosa che forse non c’è. Scusate la digressione.
Qui la vita corre lenta con i
tempi e lo spazio solo per te. Mi ricorda la mia condizione e mi offre passaggi
nel percorso della mia anima. I tramonti mozzafiato e lo stupore per le piccole
cose. L’essenziale. Abbiamo aggiustato una chitarra ormai da buttare. In pieno
stile autoctono si ricicla tutto finchè si può!
31
DICEMBRE 2012
Sono le 6:15 ed è l’ultimo
giorno dell’anno. Vado a messa alle 7:00 e mi chiedo come fa la gente ad essere
puntuale se non ha l’orologio! Mi spiego alcune cose:
1.
Ecco perché in occidente tanti africani non sono puntuali!
2.
Il sole non serve soltanto per la luce ed il calore
3.
La campana
Stamattina
l’aria era fredda, la luna ancora alta in cielo ed il sole che si affacciava
pian piano dietro i rami sfrontati di qualche albero. Le mosche sono insistenti
e fastidiose. Le donne già in fila al pozzo. A messa ho salutato i presenti.
C’era anche una bambina con la sua mamma! Indossava una specie di maglietta a
copricapo e mi guardava. Mi avvicino e le chedo: “Ca va?!”… continua a
guardarmi stranita. Na yesu. Sorrisi.
Io
non so se sta gente sorride perchè è veramente felice. No so spiegarmelo.
Sembra tutto vero.
Gli
altri stanno cominciando i lavori per l’installazione dei pannelli . Il sole
appartiene a tutti più di qualsiasi altra cosa, soprattutto quaggiù!
Noi
non ce la passiamo male. Abbiamo tutto: acqua corrente, servizi igienici, cibo
italiano in abbondanza. Si tratta solo di razionalizzare i consumi ma non
moriremo! La nostra vita in africa non ha nulla a che vedere con la “vita
africana”.
Mi
è avanzato un panino dal viaggio. Vorrei non buttarlo ma non posso mangiarlo.
Starei male. Eppure non me la sento. Lo appoggio a terra e spero che il primo a
passare sia un animale.
Vado
con Don Quirino e Don Angelo a Natitingou per fare un po’ di spesa. Stasera è
Capodanno! Mi sovvengono scene della mia città, dei miei amici, e non trovo
alcun punto di unione in quello che faremo. Tutto qui.
Entriamo
in un mercato tradizionale della città dopo aver cambiato euro in franchi sefa.
Mi viene in mente una riflessione: l’occidente oltre a tutto il resto, ha
rubato il tempo a questo popoli. Siamo pieni di nevrosi perché corriamo di
continuo. Abbiamo paura del tempo e del suo non bastare! Qui si prende tutto
con filosofia! Lo stesso tempo speso in commissioni che in Occidente portano
via un’ora o giu di li, qui richiedono un giorno! Siamo stati anche a Tangueta
dove c’è l’ospedale del “Fate bene fratelli”, fondato da un imprenditore di
Milano il cui figlio rapito fu ritrovato morto. La somma del riscatto servì
alla costruzione del presidio. Il Padre dottre che si occupa della struttura si
chiama Fiorenzo, per gli amici Floran e dai raccontio che mi fanno già merita
il nobel. Addirittura ha inventato un vaccino contro la malaria ma nessuna casa
farmaceutica lo vuole brevettare per non rinunciare ai lauti compensi derivanti
dalla vendita delle profilassi tipo malarone e similari.
Mi
rendo conto che scrivo pensieri ed impressioni sparse, a volte confusionarie a
volte ripetitive.Lo faccio perché non voglio scrivere un diario che osservi
puntualmente gli impegmi o il tempo trascorso da qualche parte, bensì
un’accozzaglia di emozioni su carta.
Tra
i tanti giri fatti non abbiam trovato il petrolio da mettere nel frigorifero…
speriamo non finisca!
Siamo
qui da pochi giorni, quanto basta a crearsi una minima idea. Ci sono cose che
apprezzo tantissimo, altre ancora poco chiare ma che ritengo non corrette.
Continuo a pensare che per il secondo anno consecutivo mi trovo in un Sud che
non è il mio natìo. Stasera festeggeremo e ci abbracceremo di fronte all’alba
del nuovo anno senza fuochi d’artificio e probabilmente andando a letto agli
intocchi della mezzanotte. Il resto del villaggio forse festeggerà domani
bevendo birra artigianale e sperando nella salute e nella bontà di qualche
bianco che continuerà a far loro beneficienza. Per loro pretendere dai bianchi
del denaro è un diritto. Da secoli tendono il braccio privandoli di dignità e
di voglia di riscatto. Qualcuno dice che non si riprenderanno mai. E’ la loro
cultura.
All’adorazione
eucaristica ho suonato la chitarra tra
lo stupore comune del sentir suonare questo strano strumento musicale a sei
corde! Non hanno un concetto di tonalità e cantano un po’ come viene! Quando si
ha solo uno strumento ritmico a disposizione è normale! Cerco di spiegarlo con
scarsi risultati e quindi mi adatto io a loro in corso d’opera!
Il
secondo canto l’ho suonato con il djembè insieme ad un altro ragazzo. Sarà
l’impressione ma suonare il “tam tam” quaggiù assume un altro significato. Ogni
colpo è una specie di domanda e risposta che si intreccia ad un significato ed
un accento ed un apostrofo ben preciso.
Usciti
dalla chiesa donne e bambini mi chiedevano del suono della chitarra e ho dovuto
andare di bis! Una donna mi ha chiesto in wama di sposarla… o per essere più
precisi di divetare mia moglie! Prontamente mi sono finto già sposato e con
prole a carico ma la cosa non sembra averla turbata più di tanto! Mi ha
risposto che non ci sono problemi e che posso portare anche loro! Quindi ho
suonato una tarantella tradizionale garganica facendo ballare la mia promessa
sposa in una danza tipica wama. Devo dire un bel connubio! Poi a comprare la
farina, stasera Ennio ci prepara le pizze! Ritornando a Tangueta abbiamo
caricato sul cassone quattro ragazzi! Un’altra buona azione!
Poi
abbiamo festeggiato cenando fino alle 23:00 ed aspettando impazienti la
mezzanotte per stappare lo spumante rigorosamente senza televisione a causa
della corrente razionata! Il rischio era di trascorrere mezzanotte al buio!
Auguri
di routine e di corsa a letto!
1 GENNAIO 2013
Mi
fa strano cambiare data al calendario. Siamo nel 2013… Stamattina mi sono
svegliato alle 5:00 con la musichetta di Natale che i don ci hanno messo nel
corridoio! Dopo colazione tre donne sono venute ad augurarci buon anno davanti
la missione con danze e una bottiglia di plastica con qualche pietra
all’interno per portare il ritmo!
Poi
tanti bambini ad aspettare le bon bon! Ora andiamo a messa e suonerò con loro.
Il
capodanno tra il vento fresco del mattino, polvere e danze, non somiglia
affatto al nostro. A quest’ora generalmente ero a letto mezzo brillo e con la
pancia ancora piena.
Finita
la messa ci siamo scambiati gli auguri con tutta la gente del villaggio. Hanno
apprezzato molto il fatto che io suonassi con loro anche se per me non è stato
semplicissimo rincorrere le tonalità! Ma è andata bene! Qui va tutto bene!
Ho
giocato un po’ con la figlia di Celestine, il mio amico insegnante il quale mi
ha voluto invitare a casa sua! Accetto volentieri e prendo la mano destra della
piccola mentre lui le teneva la sinistra. Gerardine, così si chiama, non mi
lasciava più la mano! Celestine indossava un bel vestito europeo con giacca a
mezze maniche! Strano… ma qui ha un senso! Entriamo a casa e saluto sua moglie.
Poi ci accomodiamo. Non mi fa entrare nelle altre stanze e mi fermo solo nella
prima. La casa è in muratura e la famiglia abbastanza emancipata. Sapevo che se
mi avessero invitato avrei dovuto accettare qualsiasi cosa mi offrissero in
segno di rispetto. Così ho fatto. La prima bevanda era una specie di Baileys
allungato con acqua e per stuzzicare… una faraone al sugo! Erano circa le
dieci. Sua moglie mi porta il piatto ed un vaso con dell’acqua per sciacquarmi
le mani. Faccio per far scivolare un po’ di gocce sul pavimento e noto
Gerardine mangiare gli spaghetti nel piatto a terra. Mi è difficile capire ma
faccio di tutto per restare nella sobrietà di un gesto come un altro che da noi
assume tutt’altro significato. Parliamo del più e del meno mentre tirò giù il
polletto con gran difficoltà. Esprimo disappunto verso gli occidentali che
accumulano ricchezze ai danni e sfruttando i paesi del sud del mondo e loro
sembrano apprezzare molto il concetto.
Ad
un certo punto credo di non farcela più e mi sbilancio. Spiego che due cosce
sono troppe per me e che in italia a quell’ora prendiamo un caffè! Non si
offende e mi porta dal suo amico alla bouvette dove per fortuna non mi offrono
da bere! La famiglia che gestisce il bar mi ha invitato a festeggiare ma me la
sono cavata dicendo che ho già accettato un altro invito. Non è una forma di
scortesia ma è che starei male a mangiare tante pietanze locali e poi non ho
ben capito chi mangia dove, perché, se si aspetta se ci si siede… insomma sono impreparato
ancora!
Siamo
andati alle cascate qui vicino assaporando un posto stupendo poco lontano
dall’unica strada che collega il sud al nord. Stupendo. Il don dice che il
bagno si può fare ma l’acqua è troppo fredda e si rischia di beccare qualche
insettuccio parassita. Chiaramente bastava solo la prima prerogativa a non
farmi tuffare!
Una
mezz’oretta e si rientra. Don Leo inciampa con la macchinetta di Don Quirino
ema riesce a salvarla… meno male… avrei temuto per la sua incolumità fisica!
Primo
pranzo dell’anno.
Non
so se farò leggere tutto a tutti. Se deciderò di pubblicarlo qualcosa la
ometto.
A
volte mi sento in colpa per essere nel bel mezzo del sud del mondo e non poter
far nulla per migliorare la realtà. Se tutto va bene forse miglioro il mio modo
di vivere.
Schiaccio
il mio pisolino pomeridiano e raccolgo il mio accappatoio asciugatosi nel giro
di due ore! Era sporco di succo di olive fuoriuscito dalle bottiglie in
plastica dopo qualche urto del viaggio!
Ho
scritto mail di auguri e mandato qualche messaggio ad un po’ di amici mentre
fuori ci sono dei bambini scalzi e come sempre quasi nudi. Uno di loro è
veramente piccolo e resta immobile, lontano, a fissarmi. Lascio gli altri e mi
avvicino altri lentamente. Non fa una mossa.mi guarda quasi impaurito e io lo
accarezzo. Gli chiedo tante cose ma mi risponde sempre “We”. Cazzo mi viene da
piangere. Ha il dito in bocca e anche se lo abbraccio non reagisce. Gli
sorrido, faccio due passi indietro e stringo il pugno della mano destra.
Trattengo le lacrime e prendo carta e penna. Ho sentito l’impotenza e la voglia
di colorare qualcosa che forse non mi spetta. In ogni caso voglio continuare a
provarci.
Poi
ci è venuto a trovare un ragazzo di Wansokou, il villaggio da cui è nato tutto.
Ci ha raccontato la sua storia e quella della sua donna promessa moglie ad un
altro uomo ma che aveva comunque avuto un figlio con lui. Da quanto mi è parso
di capire i figli si fanno se uno si trova.In ogni caso la famiglia di lei gli
ha detto che riavere la ragazza e suo figlio doveva offrire un capretto in
sacrificio per spezzare il legame precedente. Lui non è d’accordo e non sa come
finirà la storia. Io neanche.
Poi
siamo andati con le suore nel cortile dell’anziano catechista. Mentre da noi i
sacerdoti hanno bisogno di mettere in agenda quando uscire per trovare gli
ammalati, qui si cammina e si incontra gente di continuo! Le case sono sempre
ospitali e le relazioni divengono un punto di focale importanza.
A
casa di Maurice eravamo nel cortile con gettata in cemento. C’erano dei pezzi
di legno che ardevano sotto un pentolone contenente una pseudo birra in
fermentazione. C’era un cane a cui riuscivo a contare tutte le costole, Maurice
seduto su una vecchia sdraio quasi del tutto rotta con la struttura arrugginita
e le corde in plastica verde. E poi tanta gente, sua moglie, i suoi figli,
qualche ospite, tra cui la ragazza americana e per il resto non ho ben capito!
Alcuni
si sono subito meravigliati che io abbia appreso così in fretta il loro modo di
salutare, ma io non la vedo una cosa così esageratamente incredibile!
Ad
un certo punto sentiamo da lontano dei ritmi e gente che si avvicinava. Pian
piano la distanza ed il suono/rumore diminuiva sempre più. Sono sopraggiunte
una quantità indefinita di persone, accompagnati da una marea di bambini.
Attrezzati di tamburi, fischietti, bottiglie di plastica contenente terriccio e
ballavano e suonavano in giro per il villaggio aiutati da una buona quantità di
alcool ingerito! Uno di loro, potrei utilizzare la parola leader, aveva attaccato
alle sue spalle un modellino di aereo in cartone! Calze gialle dell’adidas e
scarpe da tennis bucate da cui fuorusciva praticamente mezzo piede.
Il
tipo che suonava il tam tam indossava ex occhiali da sole con montatura in
plastica di colore nero, ma senza lenti. Un cliché, uno strano cliché.
Invitano
a ballare anche me, cerco di spiegare che non è proprio il mio forte ma mi
trascinano nella mischia molto divertiti! Mi segue anche Martino e la ragazza
americana.
Una
signora mezza fatta si avvicina a Maurice e inizia a danzargli intorno ma lui
sembra non gradire molto e utilizza il bastone per un fine non ortodosso!
Temevo il peggio ma alla fine è andata bene! La ciurma si è allontanata poco
dopo per spostare la festa in altre capanne mentre io e Teresa abbiamo fatto
una passeggiata . Lei ha 23 anni ed un bel paio di attributi da vendere! Vive
come loro. Mangia come loro, si lava come loro, dorme a terra e non ha corrente
elettrica. L’unico approvvigionamento per un piccolo lume e per caricare la
batteria del cellulare la prende da un piccolo pannellino fotovoltaico. Il
bagno è posizionato fuori e l’acqua non è corrente. Le faccio i miei
complimenti e lei apprezza. Non è facile vivere in condizioni così estreme per
noi occidentali, e le popolazioni africane lo sanno bene. Personalmente
non so se ci sarei riuscito.
La
nostra serata è terminata dopo la cena con “Benvenuti al Sud”! e noi stavolta
al Sud ci eravamo sul serio! Non il sud della nostra penisola bensì il Sud del
mondo! Ora ce lo possiamo permettere grazie al sole che brucia i pannelli e li
ricarica in meno di un’ora!
Finalmente
mi scaravento sul letto. I ritmi di laggiù mi danno spesso sonnolenza perché
non c’è la fretta e le corse europee che di devono far stare per forza desto!
02/03/2013
Qui
le solite cose si fanno solo le prime due ore da quando ti svegli. Messa e
colazione. Dopo tutto cambia da un giorno all’altro. Unica costante è il tempo
per te.
Dopo
aver dato una mano agli altri ai lavori forzati tra scavi e fili elettrici, io
sono andato a tenere lezione di chitarra a Celestine e Teresa. Li vedo
felicissimi quando riescono i primi accordi! Poi arriva anche Sara, un’amica e
collega di Teresa, anche lei americana e di posto a Tangueta. Mi chiedono di
insegnar loro un po’ di italiano. Accetto incondizionatamente. Ci sarebbe solo
da capire come e quando ma la volontà c’è tutta! Staremo a vedere!
Ci
salutiamo, rientro, pranzo, classico pisolino e nel pomeriggio ci spostiamo
all’ospedale di Tangueta per incontrare padre Fiorenzo un dottore Bresciano da
quarantatrè anni in Benin. Dopo una mezz’oretta di attesa riesce a sbrigarsi e
raggiungerci nel suo ufficio!
Quando
parla ti sbatte in faccia energia e pragmatismo. Ti accorgi subito che non si
tratta di uno scherzo e che il tempo in
questo caso non è denaro bensì vite. Parla con noi e pensa almeno ad altre
quindici cose contemporaneamente, me ne accorgo. Riceve e chiude telefonate
come un reporter di fronte ad una mina e sbatte le mani con un messaggio molto
chiaro: “Bhè??! Allora?! Non perdiamo tempo!”
Succede
addirittura un equivoco! Sapendo che proveniamo dalla diocesi di San Severo ci
informa che c’è una ragazza della stessa città in volontariato li per due mesi.
Alessandra porta lo stesso nome di una nostra cara amica già stata in missione
in Benin! Tutti ci meravigliamo del fatto che non ci avesse avvisato! In ogni
caso arriva un’altra Alessandra! Quasi spaventata in quanto quando Padre
Fiorenzo chiama è sempre per qualcosa di mpolto serio! Le aveva detto hai due
minuti per essere qui e lei ce l’ha fatta nei tempi giusti! Ale è la nipote di
Felicita, nostra cara amica e suora laica dell’Ordo Virginum. Non tardo ad
inviarle con gioia un messaggio e lei mi risponde che “a volte nella vita, per
ritrovarsi bisogna perdersi in terre lontane!”
Il
resto della giornata passa più meno uguale: cena e nanna.
03/01/2013
Stamattina
mi sono svegliato alle 6:30 e sono andato a messa alle 7:00. E’ freddo.
Oggi
è il compleanno di Tonino e a colazione gli abbiamo cantati la canzoncina degli
auguri!
Stamattina
mi è scappato il sonno e i don mi hanno preso in giro per tutta la mattinata!
Parisi Santo subito! Poi abbiamo estirpato la struttura con i pannelli solari
per portarli dalle suore!
Questa
mattina il mio compito sarà in cucina. Le battute sono le solite… io non ho
fame, se non ci fai mangiare bene peggio per te… e cose del genere! In ogni
caso decido di fare i maccheroni al forno e tutti a pranzo sembrano gradire!
Almeno Tonino ha avuto un buon compleanno gastronomico! Come se non bastasse ho
lavato anche i piatti… ingrati! Il pomeriggio è trascorso come sempre:
pisolino, lezione di chitarra e bocca aperta davanti al tramonto. In più ho
scritto un po’ di mail.
E-mail
di auguri a Leo: “ Fratello, auguri dal Sud Del mondo… ho pensato tanto alla
mia seconda famiglia quaggiù e quindi a voi. Qui la vita è fatta di polvere e
semplicità. I nostri mezzi sono dignitosi ma scarsi e amo questa terra così
come odio allo stesso tempo troppe cose di quello che i miei occhi stanno
registrando. Sono certo del fatto che non cambieremo il mondo ma avremo un
cuore che batte a ritmo del Sud e questa gente lo sentirà. Noi non abbiamo
un passaporto ma mille… il mondo ci
appartiene nel rispetto dei fratelli. Salutami tutti e il CETRI. La vita mi sta
insegnando a dare un nome e un cognome. Buon anno a voi tutti amico e fratello
mio, anche ai nomi che in questo momento mi stanno sfuggendo. Ci vediamo in Italia per mischiare di nuovo
queste mani.”
E-mail
di auguri a Rachele: “ L’ultimo
giorno dell’anno lo passo sotto l’Equatore. Forse questo posto aspettava che io
arrivassi. Mi ha dato il benvenuto… la gente è povera e semplice. Io cerco di
vivere senza orologio e di rispettare i loro ritmi senza nevrosi e fatto di
incontri. I bambini mi sorridono e mi chiedono la mano. Io sento di star bene.
Abbracciami i nostri amici e l’Italia mentre mi godo i tramonti,
l’essenzialità, la vita.”
04/01/2013
Sono
seduto sulle scale della missione. Ho partecipato alla messa e fatto colazione.
Stamattina sono stato puntualissimo! Mi è sempre meno faticoso svegliarmi alle
6:30. Il mio francese va leggermente meglio e addirittura nei dialoghi mi sento
più sicuro!
Da
ieri avvero un po’ di nostalgia ma non so di cosa precisamente. Forse comincia
ad avvicinarsi lentamente il giorno della partenza e già immagino cosa mi
attende in Italia… i ritmi pacati del
sud saranno soltanto un ricordo.
Ogni
tanto mi assalgono i pensieri che gli altri mi voglion far passare… e spesso mi
faccio anche fregare. “Prendi una decisione sulla tua vita”, “Cosa vuoi fare”,
“Cresci”… e cose del tipo. Sono adulto ormai e a detta di tanti non potrei
continuare a girare il mondo. Forse meglio fermarsi e magari trovare un lavoro
stabile e sicuro oltre ad una relazione seria con una donna. Io continuo a
sentirmi strano. Ma perché sono veramente poche le persone con cui mi sento
libero di gridare quello che mi spacca lo stomaco riguardo a questo argomento?
Perché tanta gente cui voglio bene non riesce almeno a carpire la mia attuale
serenità rispetto a tempi addietro? Perché dovrei barattare il mio stato
attuale con un salto nel vuoto (un altro)? Ok. Ora basta con queste pippe
mentali. Dovrei smetterla anche di restarci male quando qualcuno per scherzo mi
dice “Beato te!”. Il mio lavoro è un altro e quello che faccio preferisco farlo
in silenzio. Non chiedo monete a nessuno e per ora graze a Dio, riesco a menare
una vita dignitosa.
Spesso
pensavo: “se mi girano le eliche me ne vado nel Sud del Mondo e sticazzi…
preferisco essere povero tra i poveri anzicchè povero tra i ricchi”. Oggi so che
non riuscirei a vivere immediatamente nelle “loro” condizioni, sebbene da un
po’ di giorni mamma Africa porta anche il mio nome.
Stamattina
ho lavorato per tre ore a coprire il solco che ospita i tubi per l’energia
elettrica che vanno dalla missione alla chiesa. Mi sono eletto capogruppo di
altri lavoratori, bambini di età massima dieci anni. Non riuscivo ad accettarlo
con la testa da Europeo, poi ho ricordato a me stesso che sono in Africa e
quindi va bene così: loro lavoreranno con me. Suppongo al massimo dieci anni ma
potrei sbagliare o non essere preciso. Dalle nostre parti abbiamo sempre il
vizio di chiedere l’età, ma qui non sanno rispondere. Sono vite senza età. Ad
un certo punto tra schiena a pezzi e calli alle mani ho dovuto sedermi dieci
minuti e bere un sorso mentre i miei “colleghi” sembrano non subire la fatica. Provo
ancora a ritirare gli arnesi dalle loro mani, invano. La terra continua a
muoversi da un posto all’altro senza studiare un moto ben definito. Tra i tanti
bambini non tutti hanno “sostenuto la causa”. Qualcuno di loro ha continuato a
fare il bambino. Qualcuno correva con girandole artigianali fieramente
mostrate, altri con un topolino appena malcapitato all’estremità di un filo a
mò di elica, altri ad uccidere scientificamente uno scorpione sbucato dalla
terra. Verso mezzogiorno il sole scottava troppo imponendo lo stop. I
lavoratori si sono accontentati di maglioncini europei dismessi. Ho dato un
pasticcino alla mandorla al lavoratore migliore e lui li ha donati alla sua
sorellina, la stessa bambina di cui ho raccontato qualche pangina fa come un
maschietto. Stavolta aveva gli orecchini e quindi il tutto mi lascia penzsare
che sia femminuccia. Qui è difficile riconoscere il sesso dall’abbigliamento in
quanto ognuno indossa in base a quello che viene loro donato. Comunque alla
piccola spettatrice ho regalato un cappello in lana specificandole che era
tutto suo!mi ha guardato con i suoi occhioni senza dir nulla, proprio come
l’altro giorno.
Gli
altri sono andati a Natitingou, io preferisco scrivere e leggere. La giornata,
per il resto proseguirà come le altre.
Nel
pomeriggio ho fatto un giro nel villaggio con la bici. Sono mancato un’oretta
perché tutti mi fermano per salutarmi.
“L’Africa è uno spazio immenso
per se stessi, dove camminare assume distanza che va al di là dei centimetri
che separano la vista dal cuore. L’Africa è vivere con poco. Una vita semplice
lontana dai “disturbi occidentali”, dagli stress della città, dalle paure del
fine mese. In Africa il fine mese comincia con ogni alba. L’Africa è la madre che
si accontenta dell’essenziale, la salute e un pasto al giorno se le va bene.
L’Africa è il sapere delle
piccole cose, il ringraziamento delle donne, le danze di gioia per l’ospite.
L’Africa è il sorriso dei bambini che mi fanno pensare, gli sguardi che ti
scrutano e gli occhi grandi come poster a dire: “ci siamo anche noi…”
Africa è la mano stretta alla
mano dell’amico, il posto di chi ha deciso di donarsi, il saluto della gente,
lo scambio singolo di battute che va oltre il “ciao a tutti!”.
L’Africa è il libro di storia
su cui dovremmo studiare, calcolatrice su cui fare i conti delle
multinazionali, negozio d’abbigliamento avente come modelli i bambini nudi
sotto un sole che scalda e che picchia forte.
L’Africa è il diritto negato
allo studio, la religione che va oltre il credo, i segni della natura e le
credenze popolari. L’Africa è il cambio di “stato” da bambino ad adulto, il
luogo in cui non si chiede “che ore sono?!” o “quanti anni hai!”… L’Africa è l’incantesimo spezzato con un
capretto in sacrificio, emozionarsi per una caramella, la gioia di vedersi
ritratti in una foto.
L’Africa è l’orchestra degli
insetti che non ti fanno dormire, il sole che magicamente cambia colore, i
tramonti che ti lasciano senza respiro. L’Africa è la terra della passione. Il
continente senza orologio, gli appuntamenti ricordati dalle ombre di un albero
o dal suono di una campana. L’Africa è la terra dei pazienti dove la polvere
rossa come il sangue macchia vestiti ed anima. L’Africa è il monito per “noi
ricchi”, è la voglia che ho di piangere quando io mangio e fuori i bambini
giocano nella terra cocente a pancia vuota.
L’Africa è tenere in braccio un
bambino che ha “paura” del bianco e che mi tocca la barba. L’Africa è il grido
della coscienza quando butto il cibo o quando dico “non mi piace”. E’
l’incontro dei pragmatici di fronte all’inesorabile lento scorrere del tempo,
l’ubriacarsi della gente che sfocia nella danza. L’Africa è il giudizio
occidentale su una storia che non cambierà perché non la si vuole cambiare. E'
il sorriso di chi tira a campare e quello di chi ha inventiva.
L’Africa è il peso sulla
schiena delle donne, la culla dondolante dei neonati, l’acqua del pozzo che
ristagna, i vestiti senza taglia. L’Africa è Dio pieno di sorrisi e lacero di
dolore.
L’Africa sono le mani alzate, i
cori dei canti, il suono dei tamburi, l’accoglienza della gente, i giocattoli
in disuso, il riciclo dei motocicli, le
scarpe sfondate, le ciabatte infradito, i pozzi essiccati, la cucina povera, le
torce, la birra artigianale, il fuoco, la paglia, i mattoni in terra, il sole,
la stella del Sud, la pioggia, il vento.
L’Africa sono i calli nelle
mani, i cani anoressici, le galline con il “segno di riconoscimento”, la fatica
delle donne, le relazioni, le mani tese verso un bianco. L’Africa sono anche
agglomerati che vorrebbero essere città ma che contano miseria tra le Hummer e
i motorini Sanya. Il pugno in faccia climatico quando scendi in “aeroporto”, i
topi, “i bagni pubblici in senso stretto”, la capitale senza “targa”. L'Africa
non si può spiegare ma si può "vivere".
Da oggi un pezzo di Africa
siamo anche noi… fende na-jerica…grazie
per ieri Africa!
05/01/2013
Stanotte
ho sognato tanto. Preferisco non fare i nomi degli “attori” sebbene li ricorda
molto bene. Alle 6:10 ero già in piedi. Mi sono alzato anche prima dei don
andando oltre tutte le aspettative, infatti li ho attesi davanti la porta di
casa loro! A quell’ora è ancora buio. È stata una grazia aver potuto godere del
concepimento dell’alba. Colori indescrivibili dal rosso al rosa all’azzurro.
Uno spettacolo della natura. Poi messa e colazione.
In
mattinata l’idea era di lavare un po’ di panni sporchi e cucinare. Disattese
entrambe le iniziative! Cucina Gabriel ed io decido dio andare con i don alle
ordinazioni sacerdotali. Sono tutti tirati a festa in città e le aspettative
non sono delle migliori! Decido di tagliare la corda, non mi va di stare 4 ore
in chiesa. Vado in giro per la città ma è ancora troppo il tempo a disposizione
così mi accorgo che li vicino c’è un campo sportivo e i giocatori stanno per
entrare per l’allenamento. Mi avvicino ma non chiedo nulla. Uno di loro,
vedendomi, mi chiede se voglio entrare, accetto volentieri. È ancora presto per
la partitella così mi soffermo a parlare con uno di loro. Il suo nome è
Apollonie e mi dice di essere un ottimo difensore. Non perde tempo a giocarsi
la sua ciance con un bianco e mi chiede se posso fare qualcosa per lui in
Italia. Cerco di spiegargli che ha incontrato il bianco sbagliato e che non
lavoro nel settore ma lui ci tiene a scambiare il numero di telefono e così lo
faccio contento.
Finalmente
comincia la partita. Fa troppo caldo ma con questi fisici noin credo avanno
problemni a sopportarlo! I mezzi a disposizione sono visibilmente scarsi. Il
mister lascia fuori un ragazzo che non ha neppure le scarpe. Resto un’ora ad
osservarli. Poca tecnica ma tackle durissimi. Credo che se avessi giocato con
loro, la prima sosta l’avrei fatta in ospedale a Tangueta! Nel frattempo il
sole si alza troppo e decido di rientrare in chiesa.
Nell’oretta
in cui sono mancato la gente è aumentata a dismisura e la chiesa è gremita. Ci
sono donne carine con la parrucca ed il vestito della festa, tutti i sacerdoti
in fila ed io che non ho proprio voglia di entrare! Allora continuo a scrivere,
a giocare con qualche bambino annoiato come me e a godere di un lieve gradevole
venticello! Almeno i canti sono belli e ben interpretati. All’offertorio le
donne portano ceste piene di frutta ed altri recipienti per scenografia. Da un
lato mi fa piacere, dall’altro penso che siamo ancora all’offertorio!
In
ogni caso stringo i denti e attendo paziente la fine dell’interminabile messa.
Fuori è un gloria a cielo aperto tra canti, danze, preti in fila, ragazze che
vogliono sposarmi, fotografie, sorrisi e jeep.
Finalmente
si rientra a casa.
In
mattinata gli altri mi dicono che è venuto Celestine. Sarebbe anche ritornato
nel pomeriggio non trovandomi di nuovo perché ero a fare la spesa a Tangueta!
Così decido di raggiungerlo io con bici e chitarra! Ironia della sorte: non lo
trovo! Anche questo è Africa, speriamo che prima o poi ci incontriamo! Così rientro. Da lontano i bambini mi hanno
avvistato e mi sono corsi incontro! Ci tengono a trasportare la mia bici così
concedo il privilegio ma resto vicino. Poi succede una cosa che preferisco non
narrare. Capisco che vivere qui è un’altra cosa e che dare corda ai bambini può
diventare pericoloso per il “vizio”… ma a volte sembro non farcela e mi accollo
il rischio. Pazienza. Non so che fare. Così come non so che fare quando i bimbi
mi chiedono da mangiare.
06/01/2013
Stanotte
mi sono svegliato svariate volte a causa di alcuni animali che hanno cantato
ininterrottamente, e poi continuo a fare sogni
che mi sembrano sempre più reali… è il malarone. In ogni caso sveglia
alle 7:30, colazione, doccia e messa.
Oggi
ho suonato le percussioni. Il callo della mano sinistra faceva male ma ho
stretto i denti! Alla fine della messa abbiamo giocato con i bambini e fatto le
foto! La domenica la gente si veste a festa e i bambini che fino a ieri, o
perlomeno la maggior parte, si avvolgevano tipo cotoletta nella terra, in
questo giorno sembrano più curati. Facciamo anche il girotondo e poi si torna a
casa. Un bel po’ di panni da lavare e scarpe irriconoscibili! Con questo sole
dovrebbe asciugarsi tutto molto in fretta.
Ho
mandato gli auguri a tutte le persone amiche. Oggi è l’epifania. Finalmente si
pranza con cicatelli e bignè fatti in casa.
Dopo
il classico riposino siamo andati in un villaggio qui vicino a vedere un baobab
gigante… per abbracciarlo occorrono almeno venti persone! Uno spettacolo della
natura. I suoi frutti sembrano dei topi appesi ai rami dalla coda! Subito i ragazzi del villaggio si sono
avvicinati per salutare i bianchi. Abbiamo fatto diverse fotografie ed Ennio preso
da un raptus di follia ha cercato di arrampicarsi! Chiaramente rischiando il
suicidio! Lascio immaginare i commenti! Il tramonto ci ricorda che ormai è
tardi e ci incamminiamo verso casa su quella strada tipica di un paesaggio
mangiato dal sole. Formazione nel cassone della jeep sempre la stessa, io a
centro e sui lati Ennio e Martino.
Oggi
non ho voglia di far nulla. Ogni tanto mi assento. Forse penso troppo… ma qui è
normale. Mi chiedono di leggere qualche pagina del mio diario ma non mi va e
cerco di spiegare che l’artista fa le cose quando lo decide lui! Un bene o un
male non lo so.
Secca
la stagione, secche le narici, secca l’aria con il vento che la riempie. Qui,
in questo periodo, è secco tutto. Secco anche io di sentirmi impotente di
fronte a quello che sto vivendo. Secco di aver paura di una storia seria.
Secchi i cani, le mucche, gli animali. Il sole cerca di illuminare un po’
queste ombre.
Manca
una settimana alla partenza dal villaggio.
07/01/2013
Continuo
a svegliarmi molto spesso la notte. La sveglia al mattino non mi serve più,
proprio come l’orologio abbandonato due settimane fa. Il vento è stato
devastante e stamattina l’aria più fresca del solito. Durante la messa pensavo
alla messa di ieri. Le prime due canzoni sono state un fallimento come
percussionista! Un fuori tempo continuo! Quindi ho ceduto il tam tam alla suora
e mi sono studiato il loro ritmo, così ho ripreso l’arnese negli ultimi due canti.
Ogni etnia ha il suo modo di suonare, di portare il ritmo. I tammarì portano
diversamente il ritmo dai wama. È una poesia. Queste etnie si riconoscerebbero
anche dal modo di suonare!
NERO
C – BLUE N – MARRONE A. Sono i colori e le caselle che Martino ha detto di
appuntarmi per il quadro elettrico. Ogni filo ed ogni cosa a suo posto. Ogni cosa una collocazione precisa… proprio
come il ritmo di cui parlavo. Ogni percossa sul tamburo porta dentro un
significato. No basta il ritmo. Non servono i canoni e le regole. Serve
comunicare. Suonare, qui, è un bisogno di dire qualcosa. Quando ho compreso
questo sono entrato a far parte di loro. Mi sono emozionato quando il don ha
pensato che anche gli ultimi due canti li avessero suonati solo loro!
Oggi
siamo ritornati a Tangueta per prendere del pane, pomodori, uova, birra e
stoffe. In occidente al massimo ce la caviamo con una mezz’oretta… qui ne
abbiamo impiegate tre di ore! È tutto dilatato… tempo, parole, pensieri. Al
mercatino è sempre uno spettacolo. Le donne il motore di tutto. Ho visto del
“cibo” che anche con tutta la buna volontà non so se riuscirei mai a mandarlo
giù… dai pesci essiccati e puzzolenti alle pietanze rossicce servite con le
mani. Fanno anche ciotole da asporto. Le ciotole sono le buste, si, le buste…
non esiste il senso dell’orario. Si mangia quando hai fame e se te lo puoi
permettere. Buono o no. Si mangia. È sufficiente.
Vado
alla pennichella con un bel sonno all’attivo. Impossibile dormire a causa dei
lavori in corso e del gruppo elettrogeno da spostare!
Ho
fatto lezione di chitarra a Celestine, il più assiduo, e poi un altro ragazzo
si è messo ad ascoltare, mi sembra interessato oltre ad essere diverito! Moriva
ad ogni accordo! La gioia di un accordo nella semplicità della musica.
Film
e letto.
08/01/2013
Stanotte
non sono riuscito a dormire subito. Non riuscivo a prendere sonno. Vicino casa
nostra c’era la festa della birra, una sorta di October Fest nostrana, oltra ad
un uccello con un verso simile al russare di un uomo adulto! Sveglia e messa
come sempre. Stamattina c’era anche Ennio ed io come sempre ho “dato un po’
fastidio”! lui per tutta risposta mi ha girato sottosopra! La gente del
villaggio ci osservava attonita! Evidentemente non sono abituati a queste
scenette! Stamattina si parte per Wansokou, villaggio e missione da cui è
partito tutto.
Wansokou
è così diverso da Cotiakou. Si trova nell’entroterra e mi sembra già più
Africa. Per raggiungerlo facciamo sette km di strada sterrata. La distanza
verso l’interno rende la popolazione decisamente più povera ma molto piùà
affascinante. La Savana si fa ospite di occhi e denti bianchi che ci corrono
dietro. Il villaggio mi sembra più villaggio in cui i punti di ritrovo sono
tanti… sarà anche dovuto al fatto che la missione esiste da 15 anni e tanto si
è fatto. In ogni caso riesco a stare in silenzio per mezza giornata. Mi capita
sempre quando non so bene cos’ho di fronte e quando voglio rubare il più
possibile. Ogni volt che giro la testa è come s i miei occhio scattassero una
fotografia che resterà indelebile. È vero. Dopo un po’ di fronte alla realtà ci
fai l’abitudine e ti sembra tutto più normale. Che i bambini corrono nudi nella
terra, che tutti sorridono nonostante tutto, delle donne che lavorano di
continuo… cerchi di dare anche una spiegazione a tutto e ti rendi conto subito
dopo che non è la spiegazione giusta. La vita occidentale ci abbassa la soglia
di normalità e i parametri per cui “va bene così” sembrano più raggiungibili
illudendo l’uomo che alla fine è realmente così.
Già,
alla fine è così e noi tra pochi giorni rientriamo. Ritmi diversi, colori della
pelle diversi, problematiche diverse. Riabbraccerò i nostri bambini che
piangono per il giocattolo più bello e ne hanno tutto il diritto. Io dovrò
cominciare a pensare veramente al mio futuro combattendo la “voglia di non
fermarmi” oltre alle geniali menti che sanno cos’è più giusto per me, cosa devo
fare, dove devo andare. Purtroppo ogni tanto penso troppo e questo è uno di
quei momenti. Poi metto la quinta e credo in un Dio che non mi abbandonerà. Non
lo ha mai fatto. Mi attendono braccia amiche nuovi sogni da sostenere e nuovi
progetti da cucire.
Nel
pomeriggio siamo andati a comprare il formaggio dai Peul, l’etnia rom locale.
Un loro figlio ha difficoltà motorie. I genitori lo hanno portato anche a
Tangueta ma hanno detto loro che non si può curare. Ci chiedono delle medicine
per il piccolo… siamo bianchi quindi non possiamo non averne. Proviamo a
spiegare quello che già sapete, forse ancora invano.
Secondo il don ha anche un ritardo. Diamo loro
le caramelle e sono felici. I Peul sono tutti molto delineati. Le donne sono
veramente molto carine e mi sembra che grazie al bestiame se la passano
discretamente bene economicamente. Scambiamo due chiacchiere e ripartiamo.
Tornando verso casa incrociamo altre capanne ed un tizio ci tiene a mostrarcvi
la sua piantagione di tabacco. Aggiusta anche percussioni! In ogni caso il
tabacco secondo me non è che lo coltivano solo… lo aggiungono come curativo
all’alcool… sono tutti un po’ fusi!
Delle
ragazze al pozzo hanno detto che vorrebbero i capelli come i miei, poi mi hanno
preso le mani e guardavano stranite i peli sulle braccia.
Stasera
vediamo “cado dalle nubi” … sperando che la notte riesca a dormire.
09/01/2013
La
scena si ripete. Sogno ricorrente ormai da troppo tempo. Mi sono svegliato
almeno una volta ogni ora. L’animale strano ha cantato per tutta la notte ed io
mi sono svegliato del tutto anche prima delle 6:00… dopo la messa solita
scenetta: io che do fastidio ai preti, la gente del villaggio che ride, e poi
si rientra per la colazione. Stamattina il sole era nascosto da vento e sabbia
del deserto: l’armattan. Dopo colazione tutti a Natitingou per fare un po’ di
servizi. Cambiare i soldi, visitare la cattedrale, comprare i primi souvenir,
andare dalle suore a visitare l’ospedale e la loro struttura. Colgo anche
l’occasione per accordare la chitarra e una specie di arpa parcheggiaa in
chiesa. Poi si rientra e finalmente pranziamo. Oggi ho fame. Una bella dormita
tra frastuoni e rumori di lavori per poi partire per Tangueta. Il pomeriggio mi
piace un sacco. Dopo le 18:00 è tutto fermo e mi incontro con me stesso per
leggere e scrivere pensieri. Oggi ho tenuto in braccio un neonato. La mamma fa
i servizi alla missione ed il piccolo lo teneva in braccio il suo fratellino
fuori aspettando che la donna finisse. Appena concluso il lavoro casalingo lei
mi chiede se voglio portarlo via con me in Italia. Guardo attonito pensando ad
una frase di circostanza o uno scherzo ma il don annuisce con una certa
normalità dicendo che parla seriamente. Un bianco riuscirebbe sicuramente a
garantire un futuro migliore in cambio di “favori” e regali alla famiglia di
origine. Non ci credo o forse non voglio. Ecco dove ci troviamo. E le scene che
vivo quotidianamente nel mondo occidentale mi arrivano dritte come un pugno
sulla bocca dello stomaco. Per qualche minuto mi sono sentito padre
immedesimandomi in una figura di genitore e cercando di immaginare il motivo
per cui si è capaci di restare ore ed ore il proprio figlio.
Stasera
mangeremo la gallina che ci ha regalato l’anziano catechista e una faraona
comprata dai Peul. Gli altri mi hanno raccontato che l’ha presa un bambino con
la fionda al quarto tentativo! Veramente nostrane e ruspanti, rigorosamente
senza carne! Ne ho mangiato solo un pezzo in qualche stralcio ancora sangue
vivo! Il don dice che quello lasciato nei piatti sarà ancora passato al vaglio
sotto i denti di Gabriel. Qui si mangia tutto.
Serata
cinematografa con: Si può fare. Nanna.
10/01/2013
Stanotte
ho dormito un po’ di più e forse non ho fatto il sogno ricorrente. Stranamente
mi ha svegliato la sveglia. La sveglia ha un ruolo fondamentale quando vivi da
solo. È l’unica che si preoccupa di ricordarti del nuovo giorno, infatti provo
a mettere suonerie docili che non me lo facciano odiare. Da piccolo ricordo che
la sveglia era mia nonna in persona, anche oggi accade ma meno spesso per gli
orari balordi che seguo. Mi sussurrava premurosa il buongiorno e mi dava il
bacio del buongiorno. La sveglia rappresenta il primo approccio alla giornata e
se svolge il suo compito nel modo giusto la giornata stessa assume un altro
sapore.
Poi
classico. Messa e colazione.
Più
tardi parteciperemo alla catechesi nei villaggi vicini e al ritorno spero di
fare una supoermegadoccia con lo shampoo doccia acquistato ieri dagli indiani.
Faccio alla tipa se mi poteva dare un sapone e lei mi presenta questa essenza
al melone come se fosse tutto così scontato. Non contento le chiedo se ha altre
fragranze ma mi risponde che è l’unica qualità a disposizione! Poi mi osserva
dando realmente poco peso alla mia domanda… come se nulla fosse abbozzo un
francese convinto: “WE” la prendo. Costa metà
gallina, 1500 franchi!
Nel
pomeriggio ho finito di leggere un libro di Erri De Luca. Poi ho tenuto
l’irregolare corso di chitarra e si è raccolta un po’ di gente. Mentre gli
altri si esercitavano ho giocato con i bambini e tenuto in braccio la figlia
del maestro. Mi sento un po’ papà in questa terra. Poi ho commesso l’errore di
chiamare a casa. Nove volte su dieci le notizie non sono carine ed in più sei
lontano. Avverto un misto tra tristezza e stanchezza. Provo ad affrontare la
serata con uno spirito positivo pensando ai taralli con lo zucchero. Mi
ricordano la mia infanzia. Poi sono andato a letto dopo il film. Non ho sonno e
chatto con un po’ di amici sfruttando la giornata in forma delle onde
telefoniche. Ripenso a quanti amici non mi hanno inviato neppure un pensiero o
un augurio. Ma non me la prendo. Sto imparando ad andare sempre più d’accordo
con me stesso. Anche da solo indosso abiti puliti tutte le mattine e cerco di
dare un senso alle mie mani tutti i giorni. Si dice che chi resterà all’interno
del cuore, ci resterà comunque.
11/01/2013
Tutta
la notte è stata spazzata dall’Harmattan. Stamattina anche la stanza puzza di
polvere. Suona la sveglia e mi sento di nuovo abbracciato da una mano che in
realtà non c’è. Sono nostalgico. Ricordando il passato. Sarà la partenza
imminente, i problemi dietro il filo, il vuoto di tedmpo e di impegni che devo
riempire al rientro, la paura di un po’ di cose, quella più grande di non
riuscire più a sentire niente.
Stamani
vado col don Leo per la catechesi. Si va in bici. Proprio in questo istante ho
cominciato il conto alla rovescia.
Mi
trovo a Buta, un villaggio qui vicino, e il don fa la catechesi. Abbiamo
caricato le bici sulla jeep e il ritorno ce lo facciamo in equilibrio. Tutto il
villaggio si è ritrovato all’ombra di un grande albero. Abbiamo dato un po’ di
nomi cristiani alle donne che non ancora lo possedevano. La catechesi prosegue
tra francese e traduzione wama mentre io rubo ogni singolo spostamento. C’è una
ragazza bellissima. Porta un nome che significa “dicerie della gente”.
La
catechesi verte sulla questione “figli di Dio”. E nel frattempo io penso che
Gesù è stato il più grande rivoluzionario e se avesse dovuto esprimere un
colore politico sarebbe stato comunista. Non ho mai capito perché i comunisti
si professano atei e sono contro la chiesa. Io ho aspirazioni sinistroidi
eppure sono credente. Gesù professava l’uguaglianza proprio come uno dei più
importanti fondamenti comunisti. La rivoluzione è andare controcorrente,
credere in qualcosa, lottare per cambiare ciò che non va. Scusate la
digressione. Per cambiare qualcosa, quaggiù, serve di nuovo Lui. Un segno forte
che dica Basta. Un po’ come il martirio di Falcone e Borsellino che hanno
cambiato la scena nelle strade siciliane.
Le
donne hanno detto che noi stranieri, se siamo stati bene, possiamo ritornare
quando vogliamo. “tutto il bene che avete portato nei nostri villaggi, vi
ritorni indietro come benedizione di Dio”. Un facsimile del nostro “Dio ti
benedica”.
Finita
la catechesi e saluti istituzionali ci attende il safari in bici!
Divertentissimo. Abbiamo fatto la corsa ed esistono versioni discordanti sul
vincitore! Chiaramente quella vera è la mia… il don ha preso una scorciatoia
rubandomi circa 500 metri di sterrato e nonostante ciò siamo giunti insieme!
La
bici mi ha ricordato che l’Africa è come la vita: bisogna conservare le energie
per quando ti servono, bruciarle tutte in un impeto di istintività potrebbe
significare farsi fregare.
Dopo
pranzo ho dormito tanto anticipando del sonno alla notte, ma ero troppo
assonnato! Appena sveglio stavo per cominciare a leggere un libro sulla regione
del Nord del Benin quando gli altri mi hanno invitato a fare un giretto nel
villaggio. Tonino ha architettato e realizzato un prototipo per acchiappare le
galline senza utilizzare la fionda! Non vi dico le risate! Prove tecniche di
acchiappamento galline e giro per le capanne. Qualcuno mi chiama per nome!
Altri mi hanno visto e chiedono se sono io Antonio… non so il motivo, forse
perché suono la chitarra. In ogni caso sembrano contenti e mi fa piacere.
Oggi
ho appreso un altro saluto wama: da qua na wagghiunde, che dovrebbe significare
“arrivederci”. Forse lo pronuncio male in una lingua simile all’inflessione
dialettale leccese e chiaramente tutti mi prendono in giro! Gli altri dicono
che bisogna ammazzare il tempo ma io preferisco averlo vivo e mi trovo qualcosa
di bello da fare.
Mi
vengono in mente tante immagini. I bambini, le auto dismesse, i camion fermi in
salita, la birra, la bouvette, il ferro da stiro a carbone, le strade made in
China, il negozio degli indiani, le capanne scoperchiate, i mattoni in terra,
le bici, le strade sterrate, le maschere, la magia, gli ospedali a pezzi, i
bianchi, la generosità…
Mi
ha chiamato Celestene sul telefono e mi ha chiesto se fossi a casa perché vuole
portarmi un regalo. Ci vediamo alle 19:00. In serata arriva puntuale e mi
chiama in disparte. Mi da una scatola riciclata imballata e confezionata con
dignità. La cosa mi emoziona e gli chiedo se posso aprirlo. Mi sorride e annuisce. Lo scarto con cura, è
leggero. Una camicia in stoffa locale. Verde, stupenda. È della mia taglia e di
ottima fattura. Manifesto tutta la mia gioia e lo abbraccio. Non mi interessa
che loro si sentono un po’ in imbarazzo ma è il mio modo di dire grazie. Non so
neanche se ricambiare il regalo. Mi sembra una cosa superficiale, di dovere. Decido
sul momento che non ricambierò il regalo, non subito. Non voglio offendere la
dignità e l’affetto con cui l’ho ricevuto. Più in là manderò qualcosa. Un’altra
cosa da metabolizzare. Domani passerò a salutare lui e la sua famiglia. Gli
dirò ancora grazie e confermerò che per me fare lezione di chitarra è stato un
piacere ed una crescita personale importante.
La
serata prpcede normalmente. Cena, film e letto. Questa notte sarà ancora
Harmattan.
12/01/2013
Io
non so di preciso cosa voglio, ma conosco con certezza ciò che non voglio… cosa
vorrei e cosa non vorrei. Mi sembra già un bel passo avanti. Non voglio stare
vicino alla gente negativa., cattiva e che si lamenta. Non voglio fare il ricco
con la dignità altrui. Non voglio il prosecco serbito con sorriso ed il culo
della bottiglia nel palmo della mano destra. Non voglio raccontare di mangiate
nei migliori ristoranti del mondo. Non voglio finti applausi. Non voglio
indossare abiti che superano anni di stipendi cumulati di più di quattro
miliardi di persone. Non voglio tante cose, ma so che se dovesse capitare, con
le amicizie e strette di mano occidentali, non so se ne resterò lontano. Vorrei
far corrispondere ad ogni parola un’azione in moda tale che vadano nella stessa
direzione. Vorrei cambiare il mondo ma so che non è possibile e dunque mi
accontento di aiutarmi a cambiare il mio di mondo, migliorando il mio modo di
vivere, la parte di pianeta con cui mi confronto. Vorrei continuare a
viaggiare, imparare a parlare tutte le lingue del mondo, anche male. Vorrei
poter abbracciare tutte le persone a cui voglio bene ogni volta che ne ho
bisogno. Vorrei una casa tutta mia arredata dalle mani dell’artigianato di ogni
sud.
Non
vorrei archiviare diapositive di tristezza ed in compenso vorrei trasformare la
faccia di molte persone in carta igienica. Voglio un quadro di me che abbraccio
un bimbo africano perché se un domani avrò una famiglia mi piacerebbe lasciare
la pergamena dei valori a mani che portano il mio cognome.
Vorrei
imparare a dare sempre un nome alle cose, alle persone, ai volti, agli
avvenimenti. Vorrei imparare a pregare, a dire grazie, a non regalare ma
condividere forze ed energie. Non essere assistenzialista ma utilizzare i miei
studi per il bene comune. Vorrei continuare a scrivere e suonare finchè avrò
cose intelligenti da dire. Vorrei ricevere soltanto critiche costruttive.
Vorrei non dover tornare indietro ed avere forza e coraggio di rialzarmi ogni
volta che cadrò, e so che avverrà spesso, è il rischio del mestiere di vivere.
Vorrei
imparare ad utilizzare in modo corretto
le energie.
Oggi
posseggo una carta d’identità per i confini nazionali ed un passaporto per
l’estero. La carta d’identità serve dai piedi alle ginocchia . per il resto, la
pancia, il cuore, le viscere, le mani, occorre il passaporto perché rosso
porpora e perché da la possibilità di ritrovarti, perdendoti in posti lontani.
So che continuerò ad incontrare gente meravigliosa, stronzi e chissà cosa è
giusto per me. So che la coerenza è un poster attaccato al contrario, che sei
fratello solo quando utilizzi il denaro per sopravvivere e menare una vita
dignitosa.
So
di avere tanti amici e tanti nemici, e so di poter dare tanto amore a chi lo
merita.
Vorrei
continuare a dissociarmi da discorsi che riguardano vita e scelte altrui.
Vorrei continuare ad indossare la divisa indifferentemente dalla forza della
squadra. Vorrei andare avanti con la mia guerra. Vorrei non perdere mai chi ha
dato un vero senso alla mia storia, a chi mi ha salvato, a chi mi ispeziona con
lo sguardo, mi fa la diagnosi e mi abbraccia senza giudizio. Vorrei avere
sempre a fianco chi mi riprende e mi aiuta a crescere ed utilizzare gli errori
come fulcro su cui far leva.
So
che anche i grandi cadono e che più sei in alto più fa male e rumore la caduta.
So che forse non cambierò proprio un cazzo, ma so anche che posso dissociarmi
da determinate realtà soprattutto oggi che Dio mi ha dato la possibilità di
vivere certe situazioni, guardare alcuni occhi, stringere delle mani. Vorrei
poter continuare a fantasticare con i miei amici al gioco: “Se avessi… cosa
farei…!”, magari dietro una birra fresca, il fuoco di un camino, i tramonti
della mia terra e parlando la mia lingua. So che ogni naso che incrocerò
servirà a respirare meglio ossigeno pulito.
Vorrei
una barchetta per imparare ad ascoltare il mare. Vorrei, non vorrei, non
voglio.
Il
viaggio sta volgendo al termine e la mia vita assume già un’altra forma. Non
conosco il mio futuro ma ricordo il mio passato. Auguro ai miei amici e a me
stesso di sapersi prendere cura di se. Magari abbandonare le sigarette e le
polveri sottili della vita, quelle fanno ancora più male. Mi auguro di avere il
coraggio di accendere la luce quando tutti la tengono spenta e ti consigliano
di fare altrettanto; a non perdere le buone occasioni per stare in silenzio, a
saper restare al buio quando è il momento senza aver paura.
Auguro
di innamorarsi costantemente delle piccole cose, di saper gustare un gelato
artigianale, di rispondere con timidezza all’imbarazzo causato da un saluto
inaspettato, ad aver il coraggio di abbandonare una nave che non è tua, un equipaggio
che non conosci, una rotta che non ti appartiene, un legame che ti inganna nel
fingere di tenerti in vita, una mano che ti accompagna nella chiesa sbagliata.
Mi auguro di issare la bandiera del popolo cui sento di appartenere, qualunque
sia il suo colore. Di non aver paura di dire quel che pensi, domani potrebbe
essere tardi. Di non vivere di ricordi bensì ricordare ciò che si vive.
Ascoltare e non semplicemente sentire. Amare e non farsi compagnia. Mi auguro
di riuscire a fare presto di nuovo l’amore, di avere le energie capaci di
bloccare l’istinto della fame. Di essere puntuale, di viaggiare in bici, di
ascoltare buona musica. Ogni cosa al posto suo: i lacci alle scarpe, la
tovaglia sopra il tavolo, i quadri appesi al muro, la testa sulle spalle, le
porte ad ogni ingresso, le candeline sulla torta, il tappo alla bottiglia, la
presa nella spina, l’acua nel bicchiere, la pentola in cucina, il piede nella
scarpa, le armi giù in cantina, i preti nelle strade, il rischio ai casinò, le
stelle ben cucite, lo zaino sulle spalle, la cuffia nelle orecchie, la vita in
prima fila.
Mi
auguro di riconoscere chi è sincero e di saper accettare chi non lo è.
Nel
pomeriggio siamo andati a Tangueta per salutare Alessandra. Dopo diversi numeri
e show i don la invitano a cenare da noi. Al villaggio le ho fatto conoscere i
miei amici tra cui la famiglia di Celestine, il sarto, l’anziano catechista.
Dopo
la cena l’abbiamo riaccompagnata. Poi letto. Domattina ci aspetta un lungo
viaggio.
13/01/2013
Sveglia
alle 5:00 e colazione 5:30. Pullman alle
6:45. Abbiamo ammirato le stelle. Ho visto anche la croce del sud. Poi 11 ore
di viaggio con una sola sosta in una specie di spiazzo sterrato dove lascio
all’immaginazione l’accaduto! Ci volevano vendere di tutto. Da mangiare, da
bere, topi, polli, oggetti. Siamo andati in bagno all’aria aperta e alla luce
del sole. Le latrine coStavano ma il punto è un altro… quello che c’era dentro!
Il
viaggio a ritroso mi è sembrato più corto perché ho dormito almeno sette ore!
Hon avvertito ancora di più il peso di un colore: essere bianco. Significa
avere soldi. Stop. Indifferentemente da dove vieni e cosa fai nella vita. E
loro che tendono continuamente la mano. Vogliono qualcosa. Non so se i bianchi
che vivono qui con loro e come loro meritino questo, ma come razza il discorso
fila.
Giunti
in capitale abbiamo fatto una passeggiata a piedi dopo la doccia rigeneratrice,
anche se ce ne sarebbe servita un’altra dopo pochi minuti!
Abbiamo
visitato l’oceano, perlomeno quello qui vicino, e poi siamo andati a messa. È
durata tanto ma è stata molto bella. Ognio canzone meritava un applauso e se
non fossi stato in chiesa lo avrei fatto volentieri! Ritmo, colori, voce e
cuore. La gente mi sembra più emancipata e ci sono tante belle ragazze.
Comunque
è ufficiale, Cotonou al momento è la città che più odio al mondo. Si concentra
la ricchezza nelle mani di pochi quando intorno c’è un mare di miseria. La
puzza di piscio e cibo cotto come cultura comanda è perenne e mi infesta le
narici. Mentre parli o passegi può tranquillamente capitare che qualcuno cacci
l’attributo e faccia il suo servizio sotto i tuoi occhi.
Porta
il nome di città ma non ha niente delle città che conosciamo. L’aria umida e
pesante ti abbatte come un’armata di carri armati. Mi sento spossato e mi siedo
ogni volta che si presenta un’occasione per farlo. Sono in debito di ossigeno.
Mi saluta anche un ratto a distanza ravvicinata, poi scappa. Se penso che qui
la maggior parte della popolazione non ha casa e vive per strada mi sento male.
14/01/2013
Stanotte
don Leo non si è sentito bene. Tanti anni di Africa con alimentazione
particolare e scarse cure, secondo me, gli hanno causato irritabilità
dell’intestino. Alle 3:00 l’ho sentito in bagno e mi sono alzato per vedere
cosa avesse. Gli ho dato un antibiotica e sono tornato a letto in un’umidità da
record. Sulla rete protettiva antizanzare si erano appostati due caccia
bombardieri! Mancavano solo i denti in bella vista!!
Stanotte
il traffico è stato accettabile e i continui clacson di macchine e motorini è
cominciato intorno alle 6:00. Un orario accettabile!
Qui
ho imparato a dire “poteva andare peggio”! come ieri durante la doccia! Sono
usciti dal bocchettone due scarafaggi giganti! Dopo averlo raccontato al don mi
fa: “Poteva andare peggio!”. Tra poco andiamo per l’oceano quello vicino però,
non più alla porta degli schiavi… il don sta ancora poco bene. Poteva andarci
peggio!
Siamo
stati all’artigianato improvvisandomi un ottimo commerciante con il mio
maccheronico francese! Dopo un po’ però ti stanchi. Tutti ti tirano per farti
comprare qualcosa se non stai attento ti ritrovi in qualche negozietto senza né
volerlo né saperlo! Non ne parliamo della città. È un continuo sciame di gente
che vuole venderti ogniccosa.
A
pranzo si è mangiato barracuda in un ristorante fresco e carino. Qui
l’importante è non sapere né vedere do si acquista il cibo e soprattutto come
lo cucinano!
Poi
ho dormito tre ore e sudato senza pietà! Doccia con annesso benessere effimero
e giretto nei dintorni. Si sta per partire in aeroporto. E sono le 19:10. Tra
circa quattro ore si riparte. Siamo in aeroporto dalle 20:00 e hanno aperto gli
ingressi alle 21:30. So che in tutte le frontiere del Sud del Mondo con una
minima scusa nascono problemi insormontabili tali da rischiare di non partire.
È la povertà. In ogni caso il soggetto a rischio questa volta non sono io bensì
don Quirino. L’aeroporto si chiama così solo perché partono ed atterrano aerei!
Ma non ha nulla a che vedere con quelli che conosco. Dopo il primo problema
circa il peso delle valigie del don e relativo recupero grazie ad un travaso,
arriviamo ai controlli.
Vanno
bene, o almeno sembrava. Improvvisamente, infatti, un tizio vicino all’addetto
si inventa che il visto non è valido e quindi non possiamo partire. Cerco di
spiegare che si sta sbagliando ma ogni tentativo è vano. Dopo secondi di
tensione imbarazzante mi chiede cosa siamo venuti a fare ed io spiego che il
don è un parroco e che siamo stati alla missione cattolica nel nord del Paese.
Il tizio alza improvvisamente le mani esclamando:”Voi siete uomini di Dio e non
dite nulla?! Lo dovevate dire subito… voi dovreste passare senza controlli”.
Improvvisamente il visto è diventato valido… ringrazio in francese e li mando a
fanculo in apricenese… ci accingiamo nella sala d’attesa. Sembra sia fatta. Mi
sbaglio. Chiedono i biglietti e chiamano nuovamente il don per ulteriore controllo
alla valigia imbarcata. Ci vado anche io e a ritroso tutta la trafila. Ci ferma
chiunque per vendere di tutto, anche le assicurazioni. Arriviamo all’interno e
il tipo della sicurezza, un armadio, mette a soqquadro la valigia. Anche qui ci
salva essere uomini di Dio. Han fatto storie sui regalini da portare. I
portachiavi a quanto pare erano troppi! È bastato dire che erano per i bambini
dell’azione cattolica. Per rientrare in sala ancora controlli!
Finalmente
siamo in attesa della partenza e grazie a Dio ci è andata bene.
Ora
ci aspetta un bel viaggio… sarà lunga ma ne è valsa la pena.
15/01/2013
La
data del 15 è scattata in volo. Il viaggio Cotonou Parigi tranne qualche
turbolenza è andato bene. Ho mangiato calamari e riso con un sapore simile al
vix sinex. Siamo giunti a Parigi alle 6:30 e la ripartenza era prevista per le
7:15. La neve ci ha impedito tuttavia di essere puntuali e abbiamo ripreso a
volare alle 9:30. Siamo riusciti a collegare due mondi, due culture, due zone climatiche
opposte, due PIL che su una pista non avrebbero gara, due colori, due
grandezze, la A e la O, due modi di concepire la legge. Abbiamo unito e
globalizzato tutto in poche ore di volo, con annessa mondovisione. Sto
scrivendo sull’aereo e tutto sembra più fermo. Chi ha scritto la canzone “Il
cielo è blu sopra le nuvole” deve aver volato per forza! Ci sono dei colori tra
bianco e azzurro che solo Dio poteva mischiare, disegnare, proporre. E proprio
il cielo mi ricorda che fino a poche ore fa portavo i sandali e sudavo
perennemente mentre ora indosso doppia felpa per scaldarmi. Questo cielo mi
ricorda che laggiù c’è gente che continuerà a tirare a campare finchè si può.
Dopo c’è solo la morte che nei villaggi è festeggiata quando si hanno un po’ di
soldi. Quasi a ringraziare per essere riuscito a vivere tanti anni (infatti non
vale per i bambini) in queste situazioni e grazie perché indifferentemente
dalla religione sanno che esiste Qualcuno lassù.
Da
oggi spero di vivere la mia vita con un cuore più critico, facendo agli sprechi
inutili e combattendo il surplus. Non cambierò il mondo e non ho queste pretese
ma voglio riuscire a guardarmi qualche secondo in più allo specchio. Chi decide
di andare laggiù non vuole salvare nessun altro se non se stesso. Ogni passo è
verso la crescita. L’Africa non si racconta… si vive.
Commenti
Posta un commento